Il dovere del ricordo

Nelle scorse settimane sono scomparse due persone che, con percorsi e in contesti diversi, hanno dato un importante contributo all’architettura: Francesco Garofalo e Cesare Ricciuti

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Francesco Garofalo

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Francesco Garofalo

Ricciuti

Cesare Ricciuti

Ricciuti

Cesare Ricciuti

Capita purtroppo sempre più spesso di dovere ricordare personalità del mondo dell’architettura e del progetto scomparse. Non è un esercizio di routine, un passaggio ‘che non si può evitare’, è il desiderio di trasferire a chi non ha avuto occasione di conoscerle le caratteristiche umane e professionali di quelle persone.

E lo facciamo chiedendo a chi era vicino agli scomparsi di tratteggiarne la personalità. Su questo numero de L’Architetto dobbiamo purtroppo occuparci di due personaggi che, con caratteristiche e percorsi diversi, hanno portato un importante contributo all’architettura e alla professione: Francesco Garofalo e Cesare Ricciuti.
 

Ricordo di Francesco Garofalo

di Antonino Saggio

Conoscevo Francesco Garofalo dal 1976. Quarant'anni dunque in cui la sua vita e il suo lavoro si sono intrecciati ai miei in molte occasioni. Il lettore de L'Architetto immagino che a un distante profilo scientifico e culturale preferisca il calore della stima e dell'amicizia personale.

Nel gennaio  del 2015 eravamo a una inaugurazione di una mostra insieme. Ero con le stampelle dopo un incidente in moto e Francesco mi disse "Eh sì, io pure Nino ho avuto una avventura: una operazione urgente qui – e mi indicò il punto sulla tempia – mentre ero a Toronto per Natale, ma adesso tutto bene per fortuna". Ma in realtà dopo un anno circa arrivavano messaggi sempre più allarmanti da parte di amici colleghi e dottorandi. Uno drammatico ed esplicito a giugno. Ma sempre ci si illude, sempre pensiamo che ci sarà una svolta. A metà di agosto la morte, tristissima a sessanta anni di un amico, di un valoroso docente, di un architetto operante, di un grande organizzatore culturale e di un uomo di responsabilità istituzionale.

Ricordo Francesco all'università, era di un anno più giovane. Era vivace e mobile, apparteneva per famiglia e per credo all'élite di sinistra. Il padre era comunista e Francesco attivo nella Figc, immagino sin dai tempi del liceo Giulio Cesare in cui proclamò subito il suo essere calabrese e comunista (il dettaglio deriva da uno dei tanti ricordi degli amici sul suo profilo Facebook. Condividemmo alcuni aspetti della occupazione del 1977 e ho trovato una foto storica di quegli anni.

Negli anni successivi alla laurea i nostri percorsi divergevano per essere simili. Entrambi investimmo molto negli Stati Uniti. Francesco intessé una incredibile rete di amicizie, di contatti, di partnership: insegnò in molti programmi in lingua inglese sia in America sia in Italia. Si innamorò e sposò l'architetto di Toronto Sharon Miura che da allora è stata compagna e collega molto valente nello studio.

Nel 1986 fummo i primi vincitori del corso di Dottorato di ricerca a Roma. Era stato appena fondato da Paola Coppola Pignatelli e con R. Cherubini, R. Lenci, F. Recalde, S. Panunzi   eravamo una squadra solidale. Condividevamo una esperienza esaltante: studiare e avere una piccola borsa, avere rapporti diretti con maestri come Melograni, Guidoni, Purini, Caniggia. Furono anni intensi.

Francesco era curioso e generoso allo stesso tempo, molto articolato nel pensiero e spesso illuminante, estremamente colto. La generosità era una sua caratteristica. Ricordo che una volta, saputo che stava redigendo una importante guida dell'architettura italiana, gli feci vedere la mia prima opera costruita: "La villa a Sutri" firmata con il mio amico Luigi Franciosini. Francesco non fece una piega. Gli piacque e la pubblicò. Sono certissimo che altri non sarebbero stati così limpidi nella scelta né nel dare questo privilegio a un collega coetaneo. 

Francesco durante il dottorato si appassionò nel seminario di Diambra Gatti De Sanctis al lavoro di Libera. Partì con una ricerca fenomenale che strutturò la sua bella tesi finale. La ricaduta editoriale si ebbe in una monografia Zanichelli con Luca Veresani (che alla larga diffusione non poteva far corrispondere un adeguato approfondimento saggistico) e in alcuni scritti in libri miscellanei.

Nel 1992 ci fu un concorso universitario, io lo vinsi a Roma e Francesco lo vinse allo Iuav di Venezia. Cominciò allora una intensissima attività di docente e anche di organizzatore istituzionale. Si parlava di Francesco come del braccio destro del rettore Folin e molti aspetti organizzativi e di pensiero passarono da lui. Perché Francesco, da intellettuale, aveva una visione di sistema delle scelte e anche la passione del lavoro istituzionale serio da fare per portarle a termine.

Finita l'esperienza a Venezia si trasferì a Pescara dove raggiunse alla metà degli anni Duemila il top della carriera come professore ordinario e direttore del corso di Dottorato di ricerca. Intanto lo studio Garofalo-Miura si aggiudicò un concorso per due chiese a Roma e Francesco divenne tra i primi della sua generazione ad avere una opera vera, riuscita e interessante a Roma.

Ci ritrovavamo spesso negli ultimi anni. Entrambi advisor dell'Accademia Americana al Gianicolo, invitai Francesco a presiedere la commissione di esami del corso di dottorato alla Sapienza e ricordo il suo inappuntabile rigore, la attenta lettura dei lavori, le domande acute. Negli ultimi anni Francesco ebbe tre ruoli importanti nello scenario dell'architettura italiana. Innanzitutto fu il responsabile per ingegneria e architettura dell'Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario): un ruolo importante e complesso che portò avanti con serietà senza facili sconti. Il secondo ruolo chiave fu quello di curatore del Padiglione Italia alla 11a Biennale di Venezia nel 2008. Una grande occasione e sono veramente felice che Francesco, oggi che non lo abbiamo più, abbia avuto questa occasione. E infine fu il coordinatore della Festa dell'Architettura di Roma nel 2010.

Lo ricordo semplice, amichevole, serio e sorridente alla Galleria "Come se", a parlare della nostra iniziativa sui vuoti urbani a Roma. Perché Roma Francesco la amava molto: la girava in lungo e in largo sul suo motorino, vi portava sempre in gita gli studenti e anche i suoi numerosissimi ospiti stranieri. Anzi, adesso che mi ricordo ho l'immagine di un fugace incontro alle Fosse Ardeatine, ci salutammo al volo: "ciao Nino, ciao Francesco".
 

Ricordo di Cesare Ricciuti

di Mauro Latini

Il 23 luglio scorso è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari, dei suoi amici e dei suoi colleghi Cesare Ricciuti, Presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Chieti per venti anni, dal 1989 – a 37 anni di età – al 2009. È andato via con la discrezione che gli era propria, alle prime ore di un’alba di mezza estate, all’improvviso.

Era stata l’ultima persona al di fuori della mia famiglia che avevo visto il giorno prima e la prima di cui ho avuto notizie, purtroppo tragiche, la mattina dopo, appena sveglio. Ci eravamo intrattenuti a parlare per un altra mezz'ora a margine di un convegno sulle chiese in Abruzzo al quale aveva partecipato (perché Cesare partecipava sempre alle iniziative del suo Ordine, anche da semplice iscritto). Le nostre famiglie, ormai, erano rassegnate al fatto che quando ci vedevamo o quando ci sentivamo per telefono avrebbero dovuto aspettare non poco.

Alla visione del suo corpo incredibilmente esanime mi è passato in mente il film di una vita in cui abbiamo condiviso quasi trent’anni di gioie e dolori, valori e ideali, in un ambito in cui i confini tra l'architettura e la vita si sovrappongono, confondendosi. Chi ha avuto la voglia di andare oltre la sua scorza di burbero introverso ha avuto modo di scoprire una persona sensibile, disponibile, colta, che ha svolto il proprio ruolo per tanti anni in modo disinteressato; con rigore morale e con spirito di servizio; difendendo i valori in cui credeva con il proprio esempio.

Abbiamo condiviso discussioni, nottate infinite – memorabili quelle in compagnia di Raffaele Sirica – iniziative in cui ci si faceva carico di tutto; si cantava e si portava la croce. Nonostante una condizione di ricandidabilità (non avrebbe avuto alcun problema a essere rieletto) aveva lasciato la presidenza perché, formato a sani principi democratici, riteneva giusto che altri si avvicendassero alle responsabilità dell’Istituzione ordinistica al fine di garantire un adeguato ricambio generazionale e una continuità di valori. Formatosi ai principi deontologici propri dell’ordinamento, continuava a fornire il suo disinteressato e prezioso apporto nelle varie Commissioni dell’Ordine, nella Fondazione e come Delegato Inarcassa per la provincia di Chieti. Sempre con lo stesso spirito di servizio; sempre con la massima disponibilità nei confronti dei colleghi, di tutti i colleghi e, da delegato Inarcassa, a volte anche nei confronti delle loro famiglie.

Era sua abitudine non lasciare da solo mai nessuno. Nonostante il profondo dolore per la scomparsa prematura, il cordoglio e l'affetto dimostrato da quanti, apprendendo la notizia della sua scomparsa, si sono stretti attorno alla famiglia si è rivelato come un ulteriore, significativo, indicatore del suo lascito morale. L’impegno di chi gli è stato vicino e di tutto il Consiglio dell’Ordine della provincia di Chieti non potrà che essere quello di onorare questa eredità.

Sarà difficile dimenticare Cesare, ma nessuno muore sulla terra, finché vive nel cuore di chi resta.