Il cinema e l’architettura moderna in Italia: Roma

Il cinema e l’architettura moderna in Italia: Roma

La capitale è lo scenario ideale per molti celebri autori. Il ruolo degli edifici non è di semplice “quinta” ma assume un significato preciso

di Vittorio Prina

Il cinema e l’architettura moderna in Italia: Roma

Il cinema e l’architettura moderna in Italia: Roma

La capitale è lo scenario ideale per molti celebri autori. Il ruolo degli edifici non è di semplice “quinta” ma assume un significato preciso

di Vittorio Prina

Nella pagina precedente: Boccaccio ’70, Le tentazioni del dottor Antonio. Anita Ekberg gigante davanti al Palazzo della Civiltà Italiana

L’architettura moderna italiana è presente in grande quantità nella cinematografia: in alcuni esempi è protagonista del racconto filmico e corrisponde alle modalità espressive del film, al carattere della storia e dei personaggi; in altri costituisce uno sfondo continuo e significativo oppure parziale e casuale. Per architettura moderna in questa sede – semplificazione estrema – si considera l’architettura del Novecento, ultimi decenni esclusi.

In questo primo articolo consideriamo esempi che si riferiscono solo alla città di Roma; Milano e il resto d’Italia saranno oggetto di una successiva analisi.

Il tema affrontato è molto complesso e la trattazione – assolutamente non esaustiva – individua alcune tipologie interpretative secondo le quali mi è parso opportuno smembrare e ricomporre la consistente mole di esempi; ogni spunto può essere considerato l’incipit di ulteriori approfondimenti.

In questo e nel successivo articolo ci occupiamo solo di edifici e quartieri più significativi escludendo – solo qualche breve accenno – i temi relativi alla città e al suo sviluppo a partire dal dopoguerra e alle periferie, ai quali saranno dedicate successive puntate. Nell’analisi di questo mese una costante fondamentale è costituita dal quartiere romano dell’Eur, che appare quale elemento protagonista, di sfondo, integrale o per parti, restituito e declinato in numerose varianti che spaziano da letture metafisiche a una normale quotidianità urbana.

Ogni lettore può immaginarsi o percorrere il proprio itinerario ideale che coniuga realtà a finzione cinematografica.

 

“Che bello sarebbe un film fatto solo di case”

 

L’affermazione di Nanni Moretti nel primo episodio In vespa di Caro Diario, film diretto e interpretato nel 1993, esprime un desiderio in parte esaudito dall’episodio stesso: un vero e proprio itinerario architettonico, ovviamente parziale, del moderno romano meno conosciuto.

“Mi piace vedere le case, vedere i quartieri, e il quartiere che mi piace più di tutti è la Garbatella, e me ne vado in giro per i lotti popolari”. Dal Gianicolo Moretti in vespa si dirige attraverso il quartiere Parioli: nel fotogramma iniziale della sequenza in viale Buozzi il primo edificio a sinistra è la palazzina detta “Il Girasole” di Luigi Moretti del 1947-50: edificio che rappresenta uno dei primi e più interessanti esempi tipologici della cosiddetta “palazzina romana”. Inizia in seguito la sequenza di stupendi edifici – declinazioni del cosiddetto Barocchetto romano – alla borgata giardino della Garbatella realizzata a partire dal 1920 – progettisti del piano Gustavo Giovannoni e Massimo Piacentini – sino al 1940, con successivi piani redatti dall’ufficio tecnico ICP.

Moretti ci mostra la scuola elementare Cesare Battisti (ex Michele Bianchi, sopraelevata nel 1937) realizzata dall’architetto Angelo Brunetta nel 1931 (location di numerosi film: ricordiamo Bianca dello stesso Moretti – dove è il commissariato – e C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, 1974), il quartiere per baraccati realizzato da Gian Battista Trotta nel 1925-27 e altri edifici.

Sosta e osserva sul Lungotevere Flaminio l’imponente condominio di Giulio Gra del 1939, prosegue lungo il Ponte Flaminio di Armando Brasini iniziato nel 1938 e concluso nel 1951: “Sarò malato, ma io amo questo ponte; ci devo passare almeno due volte al giorno”. “Spinaceto, un quartiere costruito di recente; viene sempre inserito nei discorsi per parlarne male […] e allora andiamo a vedere Spinaceto!”. Grandi complessi residenziali si succedono nel quartiere realizzato da Moroni, Di Cagno, Chiarini, Barbera, Battimelli, Di Virgilio Francione nel 1964-70 e Aymonino, Bruschi, Vittorini, Anversa, Barucci e altri nel 1976-85.

Il regista passa in rassegna quartieri ed edifici elencando nomi e date: “Garbatella 1927; Villaggio Olimpico 1960; Tufello 1960, Vigne Nuove 1987; Monteverde 1939”. Ancora al quartiere Garbatella sosta di fronte allo stupendo Albergo rosso realizzato da Innocenzo Sabbatini nel 1927-29. Riconosciamo, tra gli edifici e quartieri che si susseguono, gli elementi in linea del quartiere Incis al Villaggio Olimpico (Adalberto Libera, Luigi Moretti, V. Cafiero, A. Luccichenti, V. Monaco, 1958-60), il complesso residenziale Vigne Nuove (coordinato da Lucio Passarelli con A. Lambertucci, P. Cercato, E. La Bianca, V. Moretti, C. Saratti, 1974-81), la casa Papanice di Paolo Portoghesi del 1966, il complesso residenziale Belsito in piazzale delle Medaglie d’Oro di Ugo Luccichenti del 1953. Il viaggio si conclude con un pellegrinaggio lungo la via dell’Idroscalo sino al monumento in memoria di Pier Paolo Pasolini.

Moretti ci mostra inoltre in Palombella rossa (1989) alcuni frammenti della piscina sospesa al Foro Italico (i ricordi angoscianti delle prime esperienze con il nuoto da bambino) e in Bianca (1984) i padiglioni a un piano con ampie aree porticate distribuiti nel verde di Monte Mario della scuola all’aperto “Marilyn Monroe”, in realtà “Rosa Maltoni Mussolini” di Ignazio Guidi del 1928-30.

 

Itinerari romani

 

Ladri di biciclette (Vittorio De Sica, 1948)

Per nulla casuale è l’inserimento dell’architettura da parte di De Sica nella sua opera in generale e in questo film in particolare. Le prime sequenze sono girate nel quartiere di case popolari Val Melaina, in via Scarpanto al Tufello (1932-1943, Ufficio tecnico Icp): una sorta di fortilizio, edificato nella campagna deserta, a volumi scomposti che racchiude una vasta area interna. Si susseguono vedute del territorio tra campagna con pini romani e fondali di gasometri, nuovi quartieri, cantieri: strade deserte e miseria del dopoguerra.

Il salvataggio di un ragazzo che sta annegando è girato presso il Ponte Duca d’Aosta di Vincenzo Fasolo del 1939-42 che, con un’arcata di 100 metri, collega il quartiere Flaminio con il Foro Italico. Stupendo il contrasto tra le dimensioni del bambino e l’immenso blocco marmoreo che segna l’inizio del ponte. La ricerca della bicicletta rubata avviene in una Roma deserta, come si può constatare nella sequenza sul lungotevere Flaminio, angolo via Antonio Allegri da Correggio. L’affollato stadio Nazionale, che osserviamo sullo sfondo nella sequenza del tentativo di furto da parte del protagonista, è realizzato nel 1911 da Marcello Piacentini con Pardo e Guazzaroni, demolito nel 1957 e sostituito dallo stadio Flaminio.

 

La dolce vita (Federico Fellini, 1960)

“Viaggio attraverso il disgusto, cinegiornale e affresco di una Roma raccontata come una Babilonia precristiana, affascinante e turpe” (Il Morandini). Numerose sono le sequenze, anche aeree, di nuovi quartieri e palazzi in costruzione prospicienti la campagna vuota. Mentre Mastroianni vola a bordo di un elicottero che trasporta la statua del Cristo e saluta alcune ragazze sull’attico di una palazzina, possiamo notare la cupola della basilica di San Giovanni Bosco (Gaetano Rapisardi, 1952-59); in seguito, seduto sotto i portici degli edifici nell’omonima piazza, realizzata dal medesimo progettista, osserva il prospetto della chiesa e prosegue all’interno (che corrisponde a un’altra chiesa).

Durante uno degli ultimi inseguimenti da parte dei paparazzi notiamo ancora i prospetti degli edifici che delimitano la piazza stessa. Ci troviamo sempre al quartiere Tuscolano. In seguito il registra inquadra i sotterranei del Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi all’Eur di Adalberto Libera trasformato in un ospedale, come spiego in seguito.

 

Il boom (Vittorio De Sica, 1963)

Opera emblematica di De Sica che ha segnato un’epoca; una delle prime sequenze mostra la prospettiva della trafficata via Cristoforo Colombo (progettata nel 1937 e lunga 27 chilometri) in fondo alla quale si staglia il cubo bianco del Palazzo della Civiltà Italiana (Ernesto La Padula, Giovanni Guerrini e Mario Romano, 1937-40). A lato la cupola della basilica dei SS. Pietro e Paolo (Foschini, Energici, Grassi, Ena, Rossi e Vetriani, 1938-55). Il panorama è spesso costituito da nuove palazzine nella campagna e dalle svettanti gru dei cantieri ai quali sono dedicate molte sequenze.

Numerosi anche gli interni di appartamenti che ostentano lusso e paccottiglia unitamente a luoghi frequentati dalla Roma benestante, quali il Tennis Club Parioli e altri. L’appartamento di Giovanni e della moglie è uno stupendo attico all’Eur dal cui terrazzo si osservano i nuovi palazzi, la basilica dei SS. Pietro e Paolo e il palazzo per uffici dell’Eni in via dell’Arte (Marco Bacigalupo e Ugo Ratti, 1960-62). I suoceri di Sordi abitano un edifico centrale nell’eclettico quartiere Coppedè progettato da Gino Coppedè a partire dal 1915.

 

Straziami ma di baci saziami (Dino Risi, 1968)

Le sequenze iniziali sono dedicate al luogo nel quale Marino/Manfredi incontra Marisa durante una manifestazione folkloristica: è il Foro Italico (Foro Mussolini). Sono ripresi l’interno e le tribune dello Stadio Olimpico – inizialmente denominato stadio dei Cipressi – (Enrico Del Debbio 1927-1932), in seguito ampliato e modificato. Nel 1951 raggiunge la capienza di 100.000 persone (stadio dei Centomila) per i XVII Giochi Olimpici, versione che vediamo nel film.

I manifestanti sciamano fuori dallo stadio e osserviamo l’esterno dell’accademia di educazione fisica realizzata da Del Debbio nel 1927-32. Marino cerca invano Marisa presso “gli impianti sportivi del Coni”: vediamo l’interno – e l’inconfondibile struttura – del Palazzetto dello Sport di Pier Luigi Nervi e Annibale Vitellozzi (1956-58) presso il Villaggio Olimpico. Marino telefona da una cabina che si trova in piazza Imperiale (ora Guglielmo Marconi, di Francesco Fariello, Saverio Muratori e Ludovico Quaroni, 1938-42) all’Eur: si intravede il palazzo (grattacielo Italia) realizzato da Luigi Mattioni nel 1959-60.

La triste e solitaria passeggiata di Marino durante la notte di Capodanno ci permette di vedere le case a torre Ina di viale Etiopia e dintorni realizzate da Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl nel 1951-54. Marino e Marisa, durante il tentativo di eliminare Umberto/Tognazzi con l’esplosione della stufa, si incontrano in piazza San Giovanni Bosco: vediamo l’omonima stucchevole già citata basilica e gli edifici residenziali prospicienti la piazza stessa realizzati da Gaetano Rapisardi.

 

Boccaccio ‘70 (1962) - II atto - Le tentazioni del dottor Antonio (Federico Fellini)

Onirici prelati in abito rosso, suore, prostitute e varia umanità invadono l’Eur che diventa un memorabile e irreale set diffuso. L’episodio inizia proprio con una serie di sequenze dedicate all’Eur: la scalinata della citata basilica dei SS. Pietro e Paolo, il laghetto con vedute delle torri dell’ex Ministero delle Finanze e del palazzo Eni. La riunione di scout si svolge in un terreno attualmente corrispondente a via Stendhal: notiamo sulla destra il Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi di Adalberto Libera, a sinistra le fronti secondarie degli edifici che delimitano a est la citata piazza Guglielmo Marconi. Sotto i portici della stessa piazza il moralista Antonio/De Filippo schiaffeggia una donna in abiti troppo discinti, sequenza presentata come un vecchio filmato in bianco e nero.

L’abitazione di Antonio è poco distante: di fronte alla casa viene allestito il ponteggio con il grande manifesto di Anita Ekberg che diventerà l’ossessione di Antonio. Per la sequenza più surreale – la Ekberg diventa umana assumendo dimensioni fuori scala – Fellini sceglie lo spazio più metafisico: la prospettiva notturna onirica – in gran parte ricostruita e con inaspettate variazioni di illuminazione – del viale Civiltà del lavoro con lo sfondo costituito dal Palazzo della Civiltà Italiana.

 

Michelangelo Antonioni: metafisica del racconto

 

Antonioni sceglie accuratamente le opere di architettura, soprattutto moderna, da inserire nei film: sequeze spesso immobili, deserte, un campo lungo, un dettaglio, per un tempo complessivamente breve ma determinante per l’opera. Il vuoto glaciale che le sequenze trasmettono è in sintonia con l’atmosfera del film e dell’opera di Antonioni in generale.

La trilogia dei film “esistenzialisti” è conclusa (dopo Cronaca di un amore e La notte) da L’eclisse del 1962. I personaggi si muovono alla deriva in sequenze di paesaggi urbani spesso vuoti e interpretati metafisicamente, sequenze unicamente architettoniche nel silenzio totale, dettagli astratti di edifici o materiali. Riprese che contrastano con la scelta di Antonioni di filmare le parti “normali” e meno astratte del quartiere Eur, quelle dell’Olimpiade del ’60 e delle nuove palazzine “moderniste” nei presi di viale della Tecnica. Il “colosseo quadrato” di Lapadula e la basilica dei SS. Pietro e Paolo si intravedono in un’unica sequenza. Il “fungo”, la torre con serbatoio idrico e ristorante sulla cima (R. Colosimo, A. Martinelli, S. Varisco, A. Capozza, 1957-59) è un punto di riferimento funzionale all’orientamento in numerose sequenze.

Il racconto si svolge in gran parte nelle vie e nella campagna ancora libera ma con cantieri approntati, prospicienti il bacino artificiale con il palazzo dell’Eni (Ratti, Bacilupo, Finzi, Nova, 1958-62) ancora in costruzione sullo sfondo, le aree a verde circostanti disegnate da Pietro Porcinai, il Velodromo Olimpico (C. Ligini, D. Ortensi, S. Ricci, 1957-60, demolito nel 2008), l’ingresso e la grande scalinata che conduce al basso cilindro con cupola emisferica del Palazzo dello Sport (PalaEur, ora PalaLottomatica) di Marcello Piacentini e Pier Luigi Nervi del 1956-60. Gli interni sono perfettamente arredati e composti ma appaiono avulsi dalla vita dei personaggi che li abitano.

 

Architetture e spazi metafisici

 

Peter Greenaway è uno dei registi la cui cifra stilistica – maniacale sino a sfiorare il formalismo – è maggiormente legata all’architettura, alla composizione del film e di ogni singola inquadratura; evidente l’ossessione per la catalogazione, la ripetizione, le serie numeriche, il simbolismo.

Il ventre dell’architetto (1987), film che per antonomasia è dedicato all’architettura, è fondato come ogni opera del regista su una figura geometrica: in questo caso circonferenza e sfera (il ventre, la moglie incinta, il Pantheon, le opere di Etienne-Louis Boullée, la circolarità compositiva del film). Il corpo umano è metafora dell’architettura. Il film è diviso in sette capitoli – sette colli, sette cartoline a Boullée – corrispondenti a periodi storici, l’ultimo dei quali è dedicato all’architettura romana fascista alla quale dedica inquietanti riprese.

L’architetto Kracklite giunge a Roma per allestire una mostra dedicata a Boullée: ossessionato dalla malattia, tradito dalla moglie con un giovane amante che si appropria anche del suo incarico, si suicida gettandosi dal “Vittoriano”. L’allestimento della mostra è stato in realtà curato da Costantino Dardi. Le immagini – perfette, simmetriche, visionarie – ci restituiscono, unitamente a strepitose vedute di rovine ed edifici romani, il disdicevole Monumento a Vittorio Emanuele II (il “Vittoriano” di G. Sacconi e in seguito G. Koch, M. Manfredi, P. Piacentini, 1884-1913) sede della mostra e ampiamente esplorato.

 Il regista propone vuote, immobili, metafisiche e assolute riprese – dal generale al particolare – del più volte citato Palazzo della Civiltà Italiana (il “colosseo quadrato”) e dello Stadio dei Marmi (Enrico Del Debbio, 1928-35).

 

Architetture ed effetto estraniante

 

Alcune architetture sono spesso utilizzate nei film con un mutamento di destinazione d’uso: in alcuni esempi l’effetto risulta particolarmente estraniante.

In Miracolo a Milano (Vittorio De Sica, 1951) una delegazione degli abitanti della baraccopoli, per evitarne l’abbattimento, raggiunge la sede dell’Impresa del signor Mobbi: sono ricevuti in un grande spazio aulico, la scrivania al centro della retrostante parete-quinta marmorea; una scala elicoidale a destra. È la stupenda Palestra del Duce realizzata da Luigi Moretti nel 1936-37 all’interno del palazzo delle Terme di Costantino Costantini, a Roma presso il Foro Italico. Il secondo effetto estraniante è costituito, ne I soliti ignoti (Mario Monicelli, 1958), dalla sequenza dei funerali di Cosimo: l’edificio scelto dal regista quale chiesa spoglia e fredda – vediamo solo alcuni particolari di una facciata esterna rivestita in marmo statuario venato di Carrara “lucidato a specchio” – è in realtà l’Accademia di scherma (inizialmente casa del balilla sperimentale) al Foro Italico di Luigi Moretti del 1933-36.

Ne La dolce vita (precedentemente descritto) Marcello conduce la fidanzata che ha tentato il suicidio in una clinica: l’interno corrisponde ai sotterranei del palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi all’Eur realizzato da Adalberto Libera nel 1937-42; osserviamo sequenze della parte sotterranea e, dalla base di uno scalone, lo spazio superiore con i tipici infissi costituiti da alti pilastrini metallici svuotati in forma di fuso, unitamente ai rivestimenti marmorei e alla teoria di travi a soffitto.

 

Architetture: interpretazioni a confronto

 

Un confronto particolarmente esemplificativo è relativo al Teatro all’aperto sulla copertura del più volte citato Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi all’Eur di Adalberto Libera. Anche in questi esempi la funzione reale è mutata nel film.

In La decima vittima, surreale e visionario film di Elio Petri del 1965, osserviamo Mastroianni che si reca al Ministero della Grande Caccia, in realtà costituito dal citato Velodromo Olimpico all’Eur. Il Teatro all’aperto ‒ un’ampia terrazza completamente rivestita in marmo con panche in blocchi marmorei ‒ diventa uno Snack bar nel quale si incontrano i due cacciatori Marcello Mastroianni e Ursula Andress, reso ancora più surreale dalla quasi totale assenza di persone, dalla presenza di altri cacciatori che si inseguono per uccidersi, da sedute gonfiabili in plastica azzurra trasparente e due sassofonisti su cubi neri.

Nell’algido Il conformista di Bernardo Bertolucci del 1970 – stupenda fotografia di Vittorio Storaro – il Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi assume una duplice valenza filmica. Il collaborazionista fascista Marcello Clerici/Trintignant raggiunge la sede di un Ministero: entra nello spazio a pianta centrale, deserto, inquietante e con un’unica persona seduta al centro. È la grande e marmorea sala dei ricevimenti: il regista inquadra unicamente la parte inferiore con i ballatoi sovrapposti che si affacciano verso lo spazio centrale. Scorrono anche sequenze del salone d’ingresso e scalone d’onore del Palazzo degli Uffici, sede dell’Ente Eur, di Gaetano Minnucci.

Successivamente il protagonista si reca con la madre all’ospedale psichiatrico presso il quale è ricoverato il padre: è il citato teatro all’aperto nel medesimo edificio. Pochi pazienti seduti e isolati con infermieri a guardia rendono lo spazio ancora più metafisico ed estraniante.

 

Tutto in un edificio

 

Una giornata particolare di Ettore Scola, del 1977, ha una struttura circolare, inizia e si conclude con sequenze analoghe; si svolge in un unico edificio nell’arco di una giornata particolare, il 6 maggio 1938, data di arrivo di Adolf Hitler in visita a Roma.

È la storia di due solitudini e di due sensibilità affini che si incrociano per caso: interpretazione magistrale di Marcello Mastroianni e Sophia Loren.Le immagini di un cinegiornale sono le uniche sequenze in esterni; il resto del film è girato all’interno dell’enorme complesso residenziale di via XXI Aprile realizzato da Mario De Renzi nel 1931-37. Unitamente al classicismo della soluzione morfologica, leggiamo anche un linguaggio che coniuga razionalismo e futurismo: i vani scala con rampe elicoidali che ritmano e contraddistinguono dinamicamente lo spazio interno sono segnati da altissimi semicilindri vetrati. Nella prima sequenza la macchina da presa indaga lo spazio della corte interna, si avvicina alla finestra della cucina, entra nell’alloggio e segue Antonietta. Spazi pieni, spazi vuoti: la corte è inizialmente ripresa dall’alto e assomiglia a un formicaio. Gli abitanti sciamano fuori dalle abitazioni, lungo le scale, i terrazzi comuni e la corte verso il portale di uscita per assistere alla storica parata.

Lo spazio ben presto appare completamente deserto e silenzioso e trasmette una sensazione di inquietante calma che prelude alla successiva prosecuzione del racconto. Le sequenze finali sono simmetriche ma opposte a quelle iniziali: conclusa la parata gli inquilini sciamano all’interno della corte – che si riempie nuovamente – per tornare a casa. Lo sguardo della cinepresa, e dello spettatore, rientra lentamente nell’alloggio dalla finestra  e segue la donna da lontano mentre percorre la casa, entra nel letto, spegne la luce.

 

Frammenti

 

Roma città aperta (Roberto Rossellini, 1945)

Nel film manifesto del Neorealismo notiamo Don Pietro/Aldo Fabrizi che cammina accanto alla centrale elettrica presso la stazione Termini di Angiolo Mazzoni del 1938-43. Durante un agguato dei partigiani alle forze tedesche, sullo fondo si vedono il già citato Palazzo della Civiltà Italiana e il volume superiore del Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi di Adalberto Libera, entrambi all’Eur.

 

I soliti ignoti (Mario Monicelli, 1958)

“Capannelle”, in cerca di Mario, incontra un gruppo di ragazzi che giocano alla “lippa” in uno spiazzo circondato da bianchi palazzi prismatici con bucature uguali e regolari: sono le case a pettine al Tufello realizzate per l’Ifacp da Pietro Sforza nel 1940-47 per gli abitanti delle case demolite in seguito agli sventramenti del centro storico. Peppe “er Pantera”/Gassman, dopo la finta scazzottata sulla scalinata di via Tunisi, cammina con la ragazza che presta servizio presso l’appartamento del “colpo”. Grazie a un “salto” spazio-topografico li troviamo di fronte ad alcuni palazzi a torre in costruzione: sono le case in viale Etiopia realizzate da Mario Fiorentino nel 1957-60, limitrofe a quelle di Ridolfi e Frankl. Ho già prima citato l’Accademia della scherma di Luigi Moretti utilizzata quale chiesa durante il funerale di Cosimo.

 

C’eravamo tanto amati (Ettore Scola, 1974)

La sequenza di Gianni/Gassman presso la cinematograficamente nota villa all’Olgiata apre e chiude il film che costituisce anche un omaggio al cinema italiano: Palumbo cultore dei film di De Sica, Fellini che sta girando La dolce vita alla fontana di Trevi, Elide che osserva fotogrammi da film di Antonioni, la conferenza di De Sica …

Antonio/Manfredi e Luciana/Sandrelli si conoscono all’ospedale San Camillo, in realtà l’Istituto Romano di San Michele nel quartiere Tor Marancia (Alberto Calza Bini 1934) location di molti film tra i quali Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini del 1962. L’impenitente Gianni sposa Elide, figlia del costruttore Romolo Catenacci/Aldo Fabrizi: si susseguono inaugurazioni di cantieri – che rivelano le classiche truffe quali la mancata realizzazione di fognature, alloggi di lusso invece che popolari, ecc – in realtà cantieri reali in via di ultimazione; un cartello di cantiere peraltro riporta “centro residenziale La Porcareccia”.

Nelle sequenze finali i protagonisti si ritrovano alla “veglia” per l’iscrizione dei figli a scuola di fronte alla già citata (Caro Diario) scuola elementare Cesare Battisti (Angelo Brunetta, 1931).

 

Un borghese piccolo piccolo (Mario Monicelli, 1977)

Giovanni/Sordi attraversa il caotico traffico romano e raggiunge il posto di lavoro presso l’ufficio pensioni del Ministero per raccomandare e far assumere il figlio al Ministero stesso. L’edificio esternamente corrisponde alla Zecca dello Stato; l’interno invece è il citato aulico e marmoreo salone d’ingresso e scalone d’onore del Palazzo degli Uffici, sede dell’Ente Eur (Gaetano Minnucci, 1937-38).

Dopo l’uccisione del figlio, Sordi segue il bandito (lo sequestrerà e ucciderà) sino al suo alloggio: l’edificio in linea di sette piani in laterizio con struttura a vista e pianta a V è di Mario De Renzi e Saverio Muratori del 1950-52 in largo Spartaco al quartiere Tuscolano II. Anche la moglie muore e i funerali si tengono presso la chiesa del citato Istituto Romano di San Michele.

 

 

Note sui testi citati

Il sito più attendibile per individuare le principali location dei film è: www.davinotti.com

Per un analisi più esaustiva del film Una giornata particolare si veda: V. Prina, Cinema Architettura Composizione, Maggioli, Santarcangelo di Romagna 2009.

 

 

Le immagini sono tratte dai film citati. La distribuzione:

Caro Diario, Sacher film – Lucky Red

Bianca – Warner Home Video

Miracolo a Milano, Multimedia San Paolo

Ladri di biciclette, 20th Century Fox H.E.

La dolce vita, Warner Home Video

Il boom, Filmauro

Straziami ma di baci saziami, Terminal Video

Boccaccio ‘70, NoShame film

L’eclisse, Medusa Home Video

Il ventre dell’architetto, Film Four International

Il conformista, RaroVideo

La decima vittima, Cecchi Gori H.V.

Una giornata particolare, Cecchi Gori H.V.

Roma città aperta, Cecchi Gori H.V.

I soliti ignoti, Cecchi Gori H.V.

Un borghese piccolo piccolo, Filmauro