Guido A. Inzaghi

Osservatorio legale edilizia e urbanistica

Presupposto di culturalità per i beni pubblici. 50 o 70 anni?

di Guido A. Inzaghi - partner DLA Piper e presidente Urban Land Institute – ULI Italia

Anno 2011. Cinque anni fa.
Viene approvato il Decreto Legge 70/2011, il Decreto Sviluppo.
L'articolo 4, comma 16, prevede una serie di modifiche al Codice del Beni Culturali, tra cui il mutamento dei presupposti per considerare un bene immobile vincolato anche in assenza di puntuale decreto di vincolo.

Fino a quel momento, la normativa prevedeva per i beni immobili di proprietà di soggetti pubblici (ovvero di soggetti privati senza scopo di lucro) una presunzione di vincolo culturale – con la conseguente applicazione della tutela propria del demanio culturale – per il solo fatto di avere più di cinquanta anni (ed essere opera di autore non più vivente).

Il Decreto Sviluppo innalza tale limite, prevedendo che gli immobili pubblici debbano considerarsi vincolati solo se ultrasettantennali.

Per comprendere l'impatto della modifica occorre evidenziare le principali conseguenze della presunzione di culturalità.

La prima è l'impossibilità di alienazione del bene immobile prima dell'esperimento della procedura di verifica della sussistenza o meno di un interesse culturale.

Procedura che, a sua volta, può avere due possibili esiti: il riconoscimento di un valore culturale e la conseguente apposizione di un vincolo espresso sull'immobile ovvero la dichiarazione di assenza di interesse culturale.

La seconda conseguenza della presunzione di culturalità è la necessità di ottenere il preventivo parere positivo del Ministero dei Beni Culturali prima di qualsiasi intervento edilizio sull'immobile.

Dunque il Decreto Sviluppo restringe il novero dei beni immobili da considerarsi culturali a quelli di più risalente realizzazione.

Anno 2016. Oggi.

Entra in vigore, il 19 aprile, il d.lgs. 18 aprile 2016, n. 50
comunemente noto come il Nuovo Codice dei Contratti.

L'articolo 217, comma 1, lettera v), del Nuovo Codice dei Contratti abroga l'articolo 4 del Decreto Sviluppo, compreso il comma 16, quello cioè che aveva innalzato a 70 anni la soglia per la presunzione di culturalità.

Quindi che succede?

Si ritornano a considerare vincolati gli immobili con più di 50 anni, quindi – per il 2016 – tutti quelli realizzati prima del 1966 oppure solo gli immobili realizzati prima del 1946?

L'Ufficio Legislativo del Ministero dei Beni Culturali (parere 3 agosto 2016) ritiene di no: nessun effetto abrogativo e soprattutto nessuna reviviscenza della normativa precedente. La presunzione di culturalità si ha solo per gli immobili pubblici ultrasettantennali.

La ricostruzione contenuta nel parere ha il pregevole intento di confinare le modifiche introdotte dal Nuovo Codice dei Contratti allo stretto ambito di applicazione.

Tuttavia, come ogni tesi interpretativa, potrebbe essere smentita dalla tesi opposta.

Una diversa interpretazione rispetto a quella sostenuta dall'Ufficio Legislativo del Ministero dei Beni Culturali avrebbe rilevanti effetti pratici.

Infatti, l'alienazione di beni presunti culturali senza le procedure previste comporta la nullità dell'atto di trasferimento.

Inoltre, l'esecuzione di lavori su beni presunti culturali senza la preventiva autorizzazione implica sanzioni, anche penali: per l'ipotesi di lavori senza la previa l’autorizzazione (ovvero in caso di esecuzione di lavori diversi da quelli autorizzati), l'articolo 160 del Codice dei Beni Culturali stabilisce l'obbligo, a carico del trasgressore, di esecuzione delle opere necessarie a reintegrare il danno arrecato al bene culturale. Se la reintegrazione non è possibile, il responsabile è tenuto a corrispondere una somma pari al valore della cosa perduta o alla diminuzione di valore subita dalla cosa. Quanto alle sanzioni penali, è punito con l’arresto da sei mesi a un anno e con l’ammenda da € 775 a € 38.734,50 chiunque senza autorizzazione demolisce, rimuove, modifica, restaura ovvero esegue opere di qualunque genere sui beni culturali.

L'adesione all'una ovvero all'altra tesi interpretativa circa gli effetti delle abrogazioni introdotte dal Nuovo Codice dei Contratti ha dunque rilevanti ricadute pratiche.

In ragione di tali effetti, esigenze di certezza in un ambito così delicato rendono auspicabile un intervento chiarificatore da parte del legislatore.