Maria Vittoria Capitanucci

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Periferie, lusso a Venezia, mostre, libri e fotografia

di Maria Vittoria Capitanucci

G124 a Milano. In linea con una tendenza che sta occupando le maggiori testate e pubblicazioni internazionali impegnate a riflettere sul futuro della nostra architettura e del nostro territorio, esce per i tipi di Skira il volume G124. Renzo Piano. Diario delle periferie/1 Giambellino, Milano 2015. Curato da Carlo Piano, figlio dell’architetto e senatore della Repubblica, il volume traccia come un diario il percorso progettuale rivolto al tema delle periferie urbane intrapreso da Renzo Piano con una enfasi e un impegno completamente nuovi, nell’ultimo decennio.

Un tema che già in passato ha contraddistinto alcune sfide professionali del maestro genovese, trovatosi spesso a confrontarsi con le banlieue e i margini delle maggiori capitali europee, ma che oggi si pone come un filone parallelo a cui Piano, già Premio Pritzker 1998, rivolge la sua attenzione professionale di politico oltre che di architetto. Così G124 è il codice che identifica la stanza di Palazzo Giustiniani al Senato assegnata a Piano e da lui destinata, da subito, a essere lo studio operativo per la realizzazione di un grande progetto per il nostro paese: le periferie come futuro delle nostre città. Da qui l’identificazione di una serie di aree in diverse città italiane e l’intitolazione G124 per il gruppo di lavoro costituito da giovani architetti under 35 (retribuiti con lo stipendio del senatore) impegnati a proporre studi e progetti destinati a una serie di ‘rammendi’ attuati sulle nostre periferie. Nel caso specifico del multietnico quartiere Giambellino a Milano, cui questa prima pubblicazione è dedicata, si è trattato di proporre interventi minuti ma sostanziali in una delle periferie storiche milanesi dove sorge un nucleo significativo di case popolari risalenti agli anni Trenta e inspiegabilmente, nel tempo, abbandonato a se stesso. Edifici di qualità dei quali si è proposto un riadattamento della funzione residenziale alle etnie, culture e generazioni diverse subentrate nel frattempo con una valorizzazione del verde pubblico e degli spazi comuni.

Il volume si completa con gli interventi e le testimonianze di voci importanti del panorama architettonico e culturale internazionale, da Richard Rogers a Fabio Casiroli, da Nicola Di Battista a Gianfranco Dioguardi, da Christian Iaione a Emis Killa, da Anna Lucia Maramotti Politi a Luigi Prestinenza Puglisi, per concludere con Beppe Severgnini e Stefania Chiale.
 

Il Fondaco di Koolhaas. Venezia aggiunge un ulteriore tassello alla sua storica refrattarietà nei confronti degli interventi contemporanei. Dopo una serie di mitiche occasioni perdute (la Fondazione Masiero di F.L. Wright e l’Ospedale di Le Corbusier) e altrettante digerite con maggiore disinvoltura (la casa alle Zattere di Gardella o il Ponte ‘infelicissimo’ di Calatrava), un po’ in linea con quando è avvenuto per gli interventi di Carlo Scarpa o per quello di Tadao Ando a Punta Dogana, recuperi spinti di luoghi storici, anche il progetto per il Fondaco dei Tedeschi di OMA-Rem Koolhaas su Canal Grande è giunto a conclusione.

Un consistente restauro e riuso dello storico edificio contiguo al Ponte di Rialto, edificato all’inizio del 1200 e ricostruito, a seguito di un incendio, all’inizio del 1500, la cui vocazione fu fin dalle origini quella di centro per i commerci e gli scambi tra Venezia e le città tedesche e solo più tardi, in epoca napoleonica, trasformato in dogana e durante il regime fascista in poste centrali. Con la nuova configurazione attribuita dal progetto capitanato dal maestro olandese Koolhaas (assieme a Ippolito Pestellini Laparelli e con Silvia Sandor e Francesco Moncada), il Fondaco torna dunque alla sua antica vocazione diventando un ‘contemporaneo’ centro commerciale nel cuore di Venezia. L’intervento di restauro è stato commissionato da Edizione (famiglia Benetton), ha previsto l’eliminazione di tutte le superfetazioni novecentesche e il recupero di una serie di spazi in precedenza non valorizzati fino alla copertura vetrata da cui si gode una vista spettacolare sulla città.

Documenta il percorso progettuale il volume uscito per Electa Il Fondaco, Venezia, OMA. Il restauro e il riuso di un monumento veneziano a cura di Francesco Dal Co, Rem Koolhaas, Elisabetta Molteni con testi dei tre curatori e di Ippolito Pestellini Laparelli, partner di OMA e responsabile del progetto veneziano. Francesco Dal Co intitola il suo saggio significativamente OMA, Fondaco dei Tedeschi, paradossi, invenzioni, lasciando alla Molteni il compito dell’inquadramento storico e le vicende dell’edificio, mentre Koolhaas e Pestellini ripercorrono la cronologia del progetto in ogni sua fase, documentando il processo che ha portato alla completa realizzazione dell’opera veneziana. L’introduzione è di Gilberto Benetton. Notevoli i contributi fotografici a opera dei bravissimi Alessandra Chemollo e Delfino Sisto Legnani, accompagnati da una documentazione storica proveniente da Archivi veneziani e dalla Biblioteca Nazionale Marciana.
 

Copley da Prada. Si aggiunge così una nuova presenza di Oma in Italia dopo l’intervento davvero ben riuscito, e in fase di completamento con l’alta torre espositiva, per l’attivissima nuova Fondazione Prada di Milano, che dal 20 ottobre ospita la retrospettiva “William N. Copley”, organizzata in collaborazione con la Menil Collection, Houston (in questo caso la sede fu progettata da Renzo Piano) e curata, per l’edizione italiana, da Germano Celant. La mostra si sviluppa nei due livelli del Podium. Nel primo piano una selezione di lavori significativi dell’artista in dialogo con le opere surrealiste provenienti dalla sua collezione – un nucleo di capolavori di Max Ernst, René Magritte, Man Ray e Jean Tinguely, ora conservati alla Menil Collection – per ricostruire il suo lungo e complesso percorso biografico e intellettuale condiviso, tra gli altri, con Marcel Duchamp, Max Ernst, René Magritte e Man Ray. La sezione è completata da una raccolta in parte inedita di pubblicazioni, fotografie, cataloghi e materiali d’archivio resa disponibile dall’Estate di William N. Copley a New York.

Al piano terra invece la mostra prosegue in una struttura articolata in otto ambienti, ognuno dedicato a un soggetto o un aspetto specifico della produzione di Copley. In un ambiente le bandiere in tessuto e dipinti sul tema dell’appartenenza geografica e culturale, cui segue la serie dedicata alle figure femminili e alle rappresentazioni stilizzate e spiazzanti di oggetti comuni apposti ancora su bandiere a contestare talune condizioni politiche; un altro spazio ruota intorno alla “prostituta ignota” – in contrapposizione ironica al monumento al milite ignoto – come elogio alla libertà sessuale e un omaggio alla prostituta, una categoria sociale a suo giudizio vittima d’ingiustizie. Poi la serie di paraventi, datati tra il 1958 e il 1982, accostati a trittici creati tra il 1951 e il 1995. Dimostrano la sua maestria compositiva nel realizzare intricate combinazioni spaziali di figure umane o di soggetti quotidiani. Facendo ricorso a un allestimento simile a una quadreria è mostrata la serie X-rated. Poi ancora i soggetti e rituali erotici provenienti da riviste per adulti nell’intento di superare, per usare le sue parole, “le barriere della pornografia per irrompere nel territorio della gioia”. La serie Nouns è al centro di un’altra sala che ospita “immagini ridicole” di oggetti comuni su sfondi astratti dalle composizioni geometriche. In un’altra sezione sono riproposti sette specchi, sagomati a formare immagini, mostrati per la prima volta a New York, nel 1978. Seguono cinque quadri dell’artista, che rivisitano i motivi e le figure di un’opera di Francis Picabia, La Nuit espagnole (1922), un tempo parte della sua collezione personale. Infine una selezione di acrilici e olii su tela prodotti tra il 1984 e il 1989 testimoniano le numerose varianti con cui Copley ripropone i suoi motivi iconografici.
 

B&B Italia, una storia. Milano si conferma ancora una volta capitale del design e nella prima settimana di ottobre si è raccontata con una design week, secondo il format londinese – occasione ricca di eventi in cui produttori e designer hanno presentato (o ripresentato) le loro proposte più recenti – ha proposto bei film durante il Milano Design Film Festival, ha inaugurato spazi e mostre, ha introdotto nuovi volumi. B&B Italia ha incaricato Stefano Casciani di raccontare cosi La lunga vita del design in Italia. 50 anni e oltre(Skira edizioni), un bel volume che si avvale dei contributi del noto giornalista ed ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, del grande architetto Renzo Piano e di Deyan Sudjic, già direttore di una interessantissima Biennale di Venezia, di una rivista Domus mai passata inosservata e ora direttore del Design Museum di Londra. In queste pagine – il reportage è di Iwan Baan e il portfolio è curato da Francesca Ferrarisi – racconta il design italiano e il suo clamoroso successo internazionale come risultato di un felice incontro tra la cultura del progetto contemporaneo e le visioni di imprenditori illuminati. Tra questi certamente Piero Ambrogio Busnelli (1926-2014) che nel 1966 sarà l’artefice di B&B Italia, l’industria che fin dagli esordi pone in primo piano l’interesse a investire nella ricerca di nuove tecnologie e materiali, collaborando con molti dei più importanti architetti e designer internazionali. Una storia di prodotti ma anche di luoghi e di intrecci tra le strategie d’impresa e la poesia della forma, sullo sfondo delle vicende del mercato mondiale. Una nota tecnologica: nell’ultima pagina del volume è contenuto un dispositivo tecnologico, un NFC wireless a corto raggio (Near Field Communication) che consente di vedere il film sui 50 anni di B&B Italia.
 

De Biasi, una storia di immagini. La collana Electaphoto dedica un volume a Mario De Biasi (1923-2013), uno degli indiscussi maestri italiani del fotogiornalismo. Il libro nasce dalla collaborazione con gli Archivi Mario De Biasi, Mondadori Portfolio e il Comune di Belluno, sua città natale, e si propone come una monografia esauriente su un eccezionale testimone delle storie e dei luoghi del mondo. Notevole il saggio di Enrica Viganò, curatrice del volume, chiaro a definire, nelle diverse declinazioni, lo stile inconfondibile del maestro, fatto di eleganza, intensità, evocazione, equilibrio e invenzione con la puntuale disamina critica della sua vastissima produzione che spazia dal fotogiornalismo alla fotografia astratta. Roberto Cotroneo ha invece scelto di indagare la rilevanza storica dell’opera di De Biasi come strumento culturale, il più delle volte esente da giudizi, da atteggiamenti polemici e da facili effetti di suggestione.

Naturalmente un ruolo sostanziale assume nell’ambito del volume il ricco album visivo con le tavole a piena pagina dei coraggiosi reportage di attualità ‒ Mario De Biasi fu il primo fotografo assunto a Epoca nel 1953 ‒ dalla drammatica insurrezione ungherese del 1956 alla temeraria impresa tra le lingue di lava dell'Etna in eruzione, fino agli astronauti dell'Apollo 11. Segue poi la serie dei viaggi dalla Siberia al Giappone, le campagne per volumi di carattere geografico e antropologico in Italia (notissime le immagini di Milano) e all'estero (innovative le fotografie della Finlandia). Infine, gli intensi ritratti dei personaggi più celebri del mondo dell'arte, del cinema e della letteratura. Gli apparati sono a cura di Silvia De Biasi che ha proposto una biografia illustrata con fotografie anche inedite, una antologia critica completa e aggiornata, l'elenco delle personali, un abaco dedicato ai numerosi libri dell’autore e infine tutte le copertine di Epoca dal 1953 al 1983.  
 

Gotico e non solo. Arte, il Gotico Tre-Quattrocentesco italiano da Giotto a… Dario Ballantini. Titolo bizzarro per la mostra ospitata anche in un luogo inusuale (uno studio di avvocato a Milano) dove 21 dipinti (tra cui un Giotto) straordinari e inediti del Tre e Quattrocento italiano dialogano con tre sculture contemporanee di Dario Ballantini. Fino al 23 ottobre questa raccolta privata si svela al grande pubblico, sotto la curatela di Ernesto Trivoli, avvocato e collezionista, con pezzi che vanno da Giotto ad Antonio da Viterbo, Cenni di Francesco di Ser Cenni, Bartolo di Fredi, Lorenzo di Bicci. Uno spaccato interessante del Gotico italiano a cavallo del XIV e del XV secolo che si confrontano alla fine con le tre opere in bronzo contemporanee di Ballantini che si richiamano a elementi primitivi, ancestrali.
 

Gli anni del boom. È edito da Electa il catalogo della bella mostra che fino al 12 marzo impegnerà gli spazi del Museo del Novecento di Milano. BOOM 60! Era arte moderna a cura di Mariella Milan e Desdemona Ventroni con Maria Grazia Messina e Antonello Negri con il notevole allestimento del grande e ‘magico’ Alessandro Mendini. Che è stato protagonista del bel film Volevo essere Walt Disney ideato da Francesca Molteni per Muse e presentato al Milano Design Film Festival, nonché del libro uscito pochi mesi fa Codice Mendini di Fulvio Irace, in omaggio alla visione progettuale del grande maestro, grafico, designer e artista.

Dunque una mostra pronta a raccontare uno spaccato dell’arte in Italia, tra i primi anni Cinquanta e i primi Sessanta, e la sua presenza mediatica nei più popolari canali di comunicazione: i rotocalchi, giornali e riviste di attualità illustrata. Anni in cui testate come Epoca, Le Ore, L'Europeo raggiungono le loro massime tirature e raccontano un’Italia all’avanguardia in cui i temi dell'arte – le polemiche sull'astrattismo e sui nuovi materiali – si intrecciano con cinema, tv, musica, mercato e quotidianità. L'allestimento della mostra affidato all’Atelier Mendini ci accompagna con circa centoquaranta opere di pittura, scultura e grafica in dialogo con le pagine delle riviste, con i filmati televisivi e cinematografici che trasformavano gli artisti in veri e propri divi.