Architettura
targata LA

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SCI-Arc, la celebre scuola di avanguardia di Los Angeles
propone una formazione priva di schemi prefissati.
Cronaca della fase finale di discussione delle tesi

di Antonino Saggio

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SCI-Arc, la celebre scuola di avanguardia di Los Angeles
propone una formazione priva di schemi prefissati.
Cronaca della fase finale di discussione delle tesi

di Antonino Saggio

Nella pagina precedente: tesi di Anthony Stoffella, relatore David Ruy

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Tesi di Chris Nolop, relatore Dwayne Oyler

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Tesi di Chris Nolop, relatore Dwayne Oyler

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Tesi di Anthony Stoffella, relatore David Ruy

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Tesi di Anthony Stoffella, relatore David Ruy

SKY-Architecture. Visita e commenti ai lavori finali nella celebre scuola di avanguardia di Los Angeles SCI-Arc.
A chi guarda all’architettura dall’Italia Los Angeles appare veramente una metropoli di un altro pianeta. Innanzitutto per il numero di opere di qualità che vi si realizzano: proprio accanto all’Auditorium Disney di Gehry è stato da poco inaugurato un nuovo museo di Diller e Scofidio e sempre bellissimo è il Caltrans Headquarter dei Morphosis, sono in un raggio di duecento metri. L’attività edilizia, tradizionalmente concentrata nelle 80 città e cittadine periferiche dell’immensa regione che forma Los Angeles, oggi è diventata intensa anche nel centro città. Cosicché il downtown non è più oggi tra quelli abbandonati e derelitti d’America, ma appare in grande fervore e in ottima forma.

Anche nelle aree ex industriali attorno al centro sono in atto processi di rivitalizzazione. In particolare nell’area chiamata Art District, all’interno di un enorme deposito merci abbandonato, si è installata SCI-Arc la scuola d’architettura d’avanguardia della città.

Abbiamo vissuto nel Southern California Institute of Architecture per tre giorni e l’esperienza ci permette di raccontare un altro aspetto della cultura architettonica di Los Angeles. Quello che riguarda la formazione universitaria. Come vedremo, le sorprese in questo campo sono ancora più forti che per le architetture realizzate.
 

All’avanguardia

SCI-Arc innanzitutto non fa parte di una università (la più importante a Los Angeles è la UCLA che ha anch’essa un importante dipartimento di architettura). Pur offrendo ai suoi studenti lauree professionali, SCI-Arc è un istituto autonomo, come lo era in italia sino al 2001 lo IUAV di Venezia o a Londra la famosa Architectural Association.

Questa autonomia permette a SCI-Arc di muoversi con rapidità e di modellare plasticamente la propria struttura sulla base di intuizioni, volontà, trend del momento, come la sua rivista OffRamp dimostra. Come sostiene l’attuale direttore Hernan Diaz Alonso, “SCI-Arc non vuole porsi tra i sacri custodi di forme tradizionali di conoscenza perché l’architettura ha bisogno dei propri eroi e, ancora di più, è proprio la situazione di oggi che ha bisogno di architetti che prendano posizioni e che ipotizzino le immagini di quello che il mondo potrebbe diventare”.

La scuola è il frutto del clima libertario post 1968. Fondata da un gruppo di studenti e docenti del Politecnico di Pomona nel 1972, si è mossa in diversi edifici della città prima di essere motore fondamentale della riqualificazione in corso nell’Art District. Dal 2001 SCI-Arc inietta in quest’area molte centinaia di studenti, docenti e staff e tra l’altro ha generato un interessante progetto residenziale, una sorta di moderno Karl Mark Hof, che le sorge proprio di fronte: One Santa Fe Nord di Michael Maltzan.

Alla base della scuola le idee di rinnovamento che  sono state promosse dal leader e fondatore Ray Kappe, a cui è succeduto Michael Rotondi di Morphosis e poi Eric Owen Moss. Parliamo di architetti di prestigio internazionale. Nessuno dei docenti è di ruolo, tutti hanno contratti a termine ed è fatto obbligo di avere una attività progettuale indipendente. Insomma, per insegnare qui bisogna fare l’architetto.

Si potrebbe pensare che quest’ultimo aspetto conduca a un forte  pragmatismo nella didattica. Se si vedono i lavori di tesi esattamente l’opposto è vero.
 

La final review

Ho partecipato con gli insegnanti attuali della scuola, gli studenti e i revisori esterni alla Final Thesis Review. E cioè alla grande esposizione e alla attenta discussione dei progetti finali di laurea del 2016. Ho condiviso queste giornate con il capo dipartimento del MIT di Boston Yoon Meejin, con Brett Steele direttore della Architectural Association, con Donald Bates preside di Architettura a Melbourne, con Tom Mayne di Morphosis, Dominique Jakob, Brendan Mac Farlane e molti altri architetti di Los Angeles, Tom Wiscombe, Jason Payne, Fabrizio Gallanti e con i critici  e curatori Jeff Kipnis, Silvia Lavin e Pippo Ciorra e molti altri ancora.

Il lavoro dei revisori si svolgeva in tre gruppi paralleli che hanno condotto quattro sessioni in tre giorni. Il numero dei revisori era spesso superiore alla dozzina per ogni gruppo, perché agli esterni si aggiungevano personalità di Los Angeles oppure docenti della stessa SCI-Arc. Circa ottanta i laureandi esaminati per una media di 45 minuti a revisione, tra pubblico e parenti molte sessioni erano seguite da una trentina di persone.

Ora per capire che cosa è una jury all’americana bisogna sottolineare che si tratta forse del momento più alto e interessante della critica di architettura di oggi. La critica di architettura che una volta si muoveva diffondendo un credo ideologico dettato dai maestri e diffuso dai grandi critici come Giedion, Pevsner o il nostro Zevi oggi si fa direttamente sul corpo vivo del progetto e si costruisce esattamente in queste discussioni tra esperti, a partire dal lavoro esposto dagli studenti delle scuole di maggior rilevanza.

È come se a una critica pre-formata, cristallizzata e ideologizzata si tenda a sostituire una critica “operante” che indica al progetto le direzioni che sembrano più promettenti. E questo viene fatto in uno strano format, abbastanza libero e auto regolato, che sono appunto le review o jury in cui certamente le personalità con maggiore esperienza svolgono un ruolo preponderante, ma anche i docenti più giovani dicono la loro. In questo contesto emergono progressivamente delle idee, si definiscono dei tragitti, si naviga tra le ipotesi.

Naturalmente a SCI-Arc il carattere fortemente sperimentale delle tesi di laurea è detonatore di queste discussioni.

Lo scopo della tesi non è verso una professionalizzante completezza e ragionevolezza del progetto, ma esattamente il contrario: è tutta sbilanciata verso la sperimentalità estetica.

I lavori, esposti con attenzione quasi maniacale nei circa quattrocento metri di lunghezza dell’edificio delle Santa Fe Freight, creano innanzitutto una straordinaria mostra di architettura. Grandi schermi, spesso montati gli uni accanto agli altri per presentazioni complesse, si succedono a modelli su piedistalli, a piccole raccolte di plastici in serie, a dettagli in scala reale sempre accompagnati da disegni di grande formato, spettacolari nella resa. Ogni laureando ha uno spazio e lo allestisce con cura aiutato nell’impresa dagli altri studenti della scuola.

Il direttore del programma graduate, e quindi dell’intera sessione, è Elena Manferdini, ingegnere italiano che è ormai da un quindicennio a SCI-Arc. Ha lavorato con Greg Lynn e ha oggi uno studio di architettura interessante.  Altri relatori di tesi sono Florencia Pita, direttrice dell’esposizione, Marcelyn Gow, John Enright, Andrew Zago, Peter Drummer, Dwayne Oyler, David Ruy, a loro il compito di coordinare le diverse sessioni di review.
 

Alcuni lavori

Ogni studente per elaborare la propria tesi – circa sei mesi di preparazione, tre a carattere più investigativo e teorico, tre più applicativo grafico e progettuale – cerca un argomento o un materiale da costruzione o un tema teorico, e a partire da questo elabora una sperimentazione che cerca di portare sino alle ultime conseguenze. Spesso con passione, dedizione, gusto e capacità tecniche alte.

In un caso siamo di fronte a un ricerca che tenta di far scomparire la massa per portarla alla bidimensionalità: uno dei grandi temi dell'architettura nella continua oscillazione tra superficie e volume (Xiaonan Yang, relatore A. Zago). In un altro ci troviamo davanti a un progetto ibrido tra cinema, scenografia, architettura. Il laureando usa una dimora esistente come stage set di azioni semplici ma ritualizzate (mangiare, lavare i piatti, salire le scale), il tutto con immagini magnetiche e surreali. Ma lo stage set non è solo reale perché come una magia vi interviene uno strato digitale (nuove tende, nuovi supporti, nuovi soffitti pendenti). Lo strato digitale è incredibilmente mescolato a quello reale. La perfezione della tecnica diventa parte del messaggio. Come un sogno che diventa realtà o una realtà che è un sogno (Paul Krist, relatore M. Gow)

Uno studente lavora sulla decorazione. Su un edificio esistente applica partiti decorativi che ci ricordano il lavoro di Burri e che si integrano con le componenti tettoniche dell’edificio (il basamento, le colonne, le aperture).  Naturalmente il tema innesta una interessante discussione tra lui e i revisori sul ruolo della decorazione oggi e sulle sue possibili implicazioni (Anthony Stoffella, relatore D. Ruy). Una studentessa originaria dall’Oman crea una tessitura di quattro strati sovrapposti, ricamati, filtrati e sovrapposti per delle stazioni di metropolitana. Il suo imprinting islamico viene tenuto sotto traccia nella discussione.

Gli studenti in qualche modo si devono in “sciarchizzare” (Majeda Alhinai, relatore M. Gow ). Uno lavora su un processo di digitalizzazione e di frantumazione che sembra indicare una strada per lavorare in opere non finite o distrutte dalla guerra (Xiangtai Sun, relatore C. Rehm), un altro su pattern digitali che dalla grafica arrivano al volume (ZhaoJi Luo, relatore F. Pita); un altro su una interessante proliferazione di nuove specie vegetali come nuovi grattacieli (Junzhe Liu relatore J. Enright), un altro ancora lavora su una nuova esperienza tessile nell’architettura che implica la possibilità d operare con diversi gradi di piani inclinati, come fossero su un telaio, e trasparenze (Emre Turan, relatore P. Trummer)

Altri studenti naturalmente operano in maniera più tradizionale, per esempio un nuovo teatro a Manhattan si organizza in parti autonome innestate l’una sull’altra, il tutto sollevato su trampoli come su un molo (Ke Li, relatore E. Manferdini) oppure  tre alti edifici ridefiniscono il rapporto tra spazio interno ed esterni (Oscar W. Abrahamsson relatore E. Manferdini), oppure cercano di far scomparire la massa facendo sovrapporre strisce volumetriche tanto all’estero che nei cavi interni (Xiaonan Yang relatore A. Zago).

Si tratta di capire se questi temi diventeranno le vere ossessioni progettuali dei giovani architetti, come è avvenuto in tanti che hanno frequentato questa scuola, per trovare cosi la propria strada nella costruzione, oppure, ottenuto il prestigioso (e caro) diploma di laurea, torneranno nei loro paesi, in particolare in Cina, per operare in maniera molto più tradizionale.

Durante le review mi ostinavo a pronunciare il nome della scuola come SKY Arc, cioè Architettura del Cielo. Ho sostenuto che non era un errore.