Il tema del mese

Largo ai migliori

Werner Tscholl è l’architetto dell’anno, mentre Mirko Franzoso è stato nominato giovane talento dell’architettura. Per il Premio Ri.U.So. vincono un progetto in Sicilia e uno a Torino. L’impegno del Cnappc per valorizzare la qualità dell’architettura italiana

di Pierluigi Mutti e Francesco Nariello

Il tema del mese

Largo ai migliori

Werner Tscholl è l’architetto dell’anno, mentre Mirko Franzoso è stato nominato giovane talento dell’architettura. Per il Premio Ri.U.So. vincono un progetto in Sicilia e uno a Torino. L’impegno del Cnappc per valorizzare la qualità dell’architettura italiana

di Pierluigi Mutti e Francesco Nariello

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Werner Tscholl, Architetto dell'anno 2016. Foto Alberto Lavit

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Werner Tscholl, Architetto dell'anno 2016. Foto Alberto Lavit

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Mirko Franzoso, Giovane Talento dell'Architettura Italiana 2016

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Mirko Franzoso, Giovane Talento dell'Architettura Italiana 2016

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Studentato della scuola agraria di Fürstenburg. Progetto Werner Tscholl. Foto Renä Riller

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Studentato della scuola agraria di Fürstenburg. Progetto Werner Tscholl. Foto Renä Riller

Montaggio video Silvia Cannarozzi

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Planimetria dell’intero sviluppo di Castel Firmiano. In rosso la sala cinematografica progettata da Werner Tscholl

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Planimetria dell’intero sviluppo di Castel Firmiano. In rosso la sala cinematografica progettata da Werner Tscholl

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Lillo Giglia, vincitore del Premio Ri.U.So. 05 Sezione A

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Lillo Giglia, vincitore del Premio Ri.U.So. 05 Sezione A

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Una parte del Collettivo Spaziviolenti, vincitore del Premio Ri.U.So. 05 Sezione B

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Una parte del Collettivo Spaziviolenti, vincitore del Premio Ri.U.So. 05 Sezione B

Si conclude con la proclamazione dei vincitori anche l’edizione 2016 dei Premi che il Consiglio Nazionale degli Architetti PPC promuove dal 2013. Questa iniziativa è l’anima della Festa dell’Architetto, l’occasione annuale nazionale pensata per sviluppare una riflessione sul ruolo di questa professione. Analisi ancora più importate e significativa, oltre che necessaria, in questi anni di drammatica crisi che ha messo a dura prova la sopravvivenza stessa di molti studi di architettura.

È stato detto a più riprese che il termine scelto, festa, non ha alcun intento di ricerca di una futile allegria – men che meno oggi con le drammatiche emergenze causate dai ripetuti terremoti in Centro Italia – bensì va inteso come occasione di incontro per ragionare su cosa significa fare architettura oggi in Italia e per trarre spunto dal meglio della produzione espressa dalla professione italiana nel nostro paese e all’estero. E i premi promossi dal Cnappc proprio questo obiettivo si propongono: selezionare quanto di più significativo viene espresso e dargli il massimo della visibilità, sia per quanto riguarda i professionisti affermati che le giovani risorse.

Come è noto, infatti, il Consiglio Nazionale organizza ogni anno il Premio Architetto dell’anno e il Premio Giovane Talento dell’Architettura Italiana, riservato quest’ultimo ai professionisti under 40, e da quest’anno è stato riportato all’interno della Festa dell’Architetto anche il Premio Ri.U.So. riservato alle proposte progettuali di rigenerazione urbana sostenibile rivolto a singoli architetti ma anche a università associazioni e fondazioni. Di questo parleremo più avanti.

Vediamo subito chi sono i vincitori, premiati nel corso di una cerimonia a Ca’ Giustinian, sede della Biennale di Venezia.

                                             

Tscholl architetto dell’anno

È stato premiato Architetto dell’anno Werner Tscholl, di Laces (Bz), “per il complesso di opere – come recita la motivazione della giuria – che contraddistinguono il suo percorso professionale e di ricerca. Tscholl è architetto fortemente radicato nel contesto fisico e sociale in cui opera; i suoi lavori hanno contribuito in maniera determinante a caratterizzare luoghi che hanno fatto della qualità del progetto di architettura un tratto distintivo. Tscholl attraverso la propria opera interpreta e reinventa il contesto con soluzioni progettuali sempre in calibrato equilibrio dialettico tra tradizione costruttiva locale e innovazione del linguaggio. Ne deriva un’architettura che rivela sempre la volontà di affermare la cultura e la storia dei luoghi”.

La giuria ha poi assegnato altri riconoscimenti. Menzione speciale per Franco Tagliabue e Ida Origgi, Ifdesign, Milano, e menzioni a: Angelo Lunati e Giancarlo Floridi, Onsite Studio, Milano, e Stefano Pujatti, Studio Elastico, Chieri (To).
 

Franzoso giovane talento

Il Premio Giovane Talento dell’Architettura Italiana è stato assegnato a Mirko Franzoso di Cles (Tn), per la Casa sociale a Caltron Cles (Tn). L’opera è stata realizzata a seguito di un concorso a inviti rivolto a progettisti under 35,  “Si contraddistingue – afferma la motivazione della Giuria – per la maturità progettuale del suo autore. L’edificio rappresenta un punto di incontro in cui gli abitanti possono incontrarsi e confrontarsi per far crescere l’identità della comunità. Il progetto si distingue per le scelte architettoniche determinate dal luogo nel quale si inserisce e dall’importante ruolo sociale che ricopre un edificio di questo genere ed è stato particolarmente apprezzato per il rapporto equilibrato che instaura con l’edificato storico della borgata e il vicino contesto agricolo”.

Una menzione speciale è stata assegnata a Giuseppe Diana, Dianarchitecture di Casapesenna (Ce), per Restart Museum a Casal di Principe: un intervento che “con piccoli calibrati gesti interviene in una villa confiscata alla camorra dando un nuovo senso a un luogo di sopraffazione e restituendolo alla comunità”. Infine le menzioni sono andate a Mario Cottone e Gregorio Indelicato, Studio Cottone+Indelicato Architetti di Sciacca (Ag), per la Passerella nella Valle dei Templi di Agrigento; e a Marco Zuttioni e Luca Romagnoli, Modourbano di Milano, per Procaccini 17, un edificio residenziale a Milano.
 

Successo incoraggiante

“Quest’estate il Consiglio Nazionale degli Architetti PPC ha chiamato a raccolta ogni iscritto a partecipare, con il proprio lavoro, ai Premi Architetto Italiano, Giovane talento dell’Architettura e Riuso, riconoscendo un valore a prescindere dalla dimensione dell’intervento”, afferma Alessandra Ferrari, consigliere nazionale Cnappc e coordinatrice del Dipartimento Promozione della Cultura Architettonica e della figura dell’Architetto.

“È stato un grande successo: 900 colleghi hanno presentato le proprie realizzazioni, quadruplicando le partecipazioni rispetto all’anno precedente. Questo dato ha un duplice significato: il premio sta acquistando notevole prestigio e la comunità degli architetti ha voglia di reagire quando è adeguatamente stimolata.  Gli architetti hanno voglia di dimostrare quanto la competenza e la passione caratterizzino il proprio lavoro, indipendentemente dalla dimensione e dalle condizioni in cui operano”.

La coordinatrice della giuria ricorda come le tipologie di progetto e di committenza non siano state omogenee: progetti residenziali, infrastrutturali, anche molto complessi, industriali, con committenze pubbliche, private e miste.

“Oltre al più che positivo bilancio numerico – afferma Ferrari – il dato più importante è che la giuria ha riscontrato una qualità elevata diffusa tra i progetti partecipanti. Personalmente ne ero già consapevole. Partiamo dal dato che per noi italiani è più difficile costruire ed emergere: rispetto agli altri paesi europei siamo tanti e in più abbiamo una concentrazione di costruito elevatissima; gli interventi di nuova costruzione sono minimi, dobbiamo confrontarci con recuperi, ampliamenti, incastri, operare micro interventi, progetti estremamente complessi, forse più difficili da realizzare e anche da promuovere.

Ho apprezzato l’estrema competenza dei colleghi che hanno presentato progetti attenti al dialogo con il contesto, misurati, né urlanti, né soccombenti, ma non per questo meno coraggiosi. Garantisco che il Consiglio Nazionale userà la maggiore enfasi possibile per promuovere questi risultati. La scelta di premiarli all’interno della cornice di Biennale nasce dalla consapevolezza che sia necessario unire le forze intellettuali, instaurando percorsi nuovi attraverso il confronto e il dialogo con i soggetti culturali interessati alla promozione architettonica; Biennale è un attore fondamentale di questo processo. La Biennale non è un semplice evento, ma un percorso di ricerca cui gli architetti italiani concorrono quotidianamente. È giunto il momento di trasmettere questo messaggio, di diffondere l’idea che ‘l’architetto è indispensabile’.

Ognuno ha dato il meglio di sé – conclude Ferrari – offrendo al giudizio di altri la propria visione del mondo a prescindere dalla scala di intervento: grande-piccolo, privato-pubblico, interno-esterno, ristrutturazione-nuova edificazione.

Porteremo il risultato dei premi in Italia e all’estero, attraverso lo Yearbook, mostrandolo come testimonianza positiva in una raccolta che presenterà l’eccellente lavoro della nostra categoria”.
 

L’asticella è sempre alta 

La Giuria ha apprezzato il complesso delle proposte che sono arrivate in questa occasione, nella qualità complessiva e anche nell’alto numero. “È un segnale importante – afferma il presidente Simone Sfriso – che testimonia che l’architettura, nonostante la fase di difficoltà generale e di contrazione del mercato, resta comunque viva. Emerge la volontà degli architetti di mostrare il loro lavoro e il livello qualitativo è decisamente elevato”. Ancora una volta si registra la sostanziale assenza della committenza pubblica – peccato originale tutto italiano – e questo spiega la carenza di alcune tipologie di realizzazioni. “In molti lavori che abbiamo visionato – continua Sfriso – si rintraccia la dimensione della quotidianità, temi che potrebbero essere considerati banali sono trasformati in occasioni per fare buona architettura: una caratteristica riscontrabile sia tra i giovani che tra i professionisti affermati. E si ritrova anche con chiarezza la ricerca del rapporto con i paesaggi fisici ma anche con quelli culturali, fattore importante perché se l’architettura è un bene comune deve dialogare con le comunità, oltre che con i luoghi. Nel panorama dei progetti esaminati è presente un vasto ventaglio di temi e sempre l’asticella della qualità è piuttosto alta”.

Tra i progetti candidati ai premi forse si trovano poche proposte improntare alla scala urbana. “I centri delle nostre città sono da tempo consolidati, nel tessuto urbano vi è un vasto patrimonio edilizio che necessita di essere riqualificato e in questo ambito tra i progetti presentati abbiamo visto proposte interessanti. Forse quello che è mancato – ma la responsabilità è da attribuire alla carenza i committenza – un segno importante di proposte specifiche per le nostre periferie: il luogo dove si gioca oggi la sfida dell’architettura nei nostri contesti di vita”.
 

Eccellenza altoatesina

Essere nominato architetto dell’anno fa ovviamente piacere, anche se per Werner Tscholl – architetto classe 1955 con studio in Val Venosta – è stata una sorpresa: “Con tutti i bravi architetti che ci sono non si pensa mai di essere scelto”.

Nella storia del Premio c’è sempre stato molto spazio per le architetture progettate e realizzate in Alto Adige, perché da molto tempo questa è una terra felice. “La qualità porta qualità – afferma Tscholl – non c’è un solo fattore che spiega questa stagione felice dell’architettura delle nostre zone. Molti studenti laureati nelle varie università italiane ed europee sono tornati qui con idee innovative e hanno prodotto architettura di buon livello, il che ha stimolato tutti a innalzare la propria capacità in un’emulazione efficace. Va ricordato l’importante lavoro svolto dall’architetto Mar che negli anni Novanta, da responsabile dell’edilizia per la Provincia autonoma di Bolzano, ha dato un forte impulso scegliendo bravi architetti per le opere pubbliche e bandendo concorsi, anche internazionali, che hanno prodotto risultati positivi. La diffusione di buona architettura ha stimolato un po’ tutti, anche la committenza privata che ha saputo svolgere un ruolo attivo. È una serie di combinazioni favorevoli, quindi, che ha creato questa situazione. Tutti gli attori del processo costruttivo sono cresciuti insieme, quando ho iniziato la mia attività non esistevano bravi artigiani e specialisti capaci di rispondere alle specifiche esigenze dei progetti, anche loro sono cresciuti insieme a noi”.

L’attività professionale di Tscholl si svolge per buona parte nell’area altoatesina – a parte alcune realizzazioni all’estero e agli uffici Mondadori a Milano – senza cedere alla tentazione di esperienze in altri paesi: una scelta confortata dalle opportunità offerte dal mercato locale e dettata anche dal desiderio di non allontanarsi dalla propria famiglia. La filosofia progettuale di Tscholl si misura con le diverse ‘nature’ che l’Alto Adige comprende, a partire dall’oculata scelta dei materiali da impiegare.

“Ovviamente parte tutto dall’analisi del contesto nel quale si interviene, in modo particolare se ci si confronta con edifici già esistenti. Qui è necessario che le scelte, tra materiali e progetto, parlino la stessa lingua. Concetti che valgono ovviamente anche quando ci si rapporta con il paesaggio, il luogo è un riferimento ineludibile. Credo poi che sia importante usare meno materiali possibili, al massimo due, per evitare esagerazioni visive che possono disturbare gli elementi con i quali ci si confronta. Ad esempio, nell’intervento a Castel Firmiano ci dovevamo rapportare soltanto con un portico: abbiamo risposto con un unico materiale, l’acciaio grezzo che esprime la stessa forza del porfido. Qui scegliere un materiale più debole avrebbe fatto perdere energia all’intervento.

Per quanto riguarda poi le scelte del linguaggio architettonico non ne esiste uno univoco, solo un genio mette a punto un’espressione così perfezionata da adattarsi a qualunque ambito. Ogni volta si parte da zero valutando tutti gli elementi di rapporto e il contesto: progettare in altitudine è diverso che in mezzo ai vigneti, dove il paesaggio emozionale chiama un’architettura emozionale”.

E parlando di realizzazioni in montagna il pensiero va al piccolo edificio progettato da Tscholl al culmine del Passo del Rombo, al confine tra Italia e Austria. “A una montagna così forte, che a volte sembra una scultura, occorre rispondere con altrettanta forza, abbiamo così pensato un edificio composto da molte sfaccettature: una roccia artificiale per dialogare con la montagna che la circonda. E poi c’è un ulteriore significato. Qui siamo sul confine, che in realtà non c’è più, e la fondazione dell’edificio è in Austria mentre l’aggetto è in Italia: una sorta di simbolo di come l’architettura possa andare oltre i confini e scavalcarli”.

Attualmente Tscholl sta lavorando alla ristrutturazione del monastero benedettino di Monte Maria, in Val Venosta. I lavori dureranno ancora tre-quattro anni, ma già nel 2017 sarà pronta la nuova biblioteca. Oltre alla ristrutturazione di una sinagoga medievale in Germania, in questa fase la sua attenzione è concentrata molto sulla realizzazione di case private.

All’architetto dell’anno non si può evitare di chiedere come vede lo stato dell’architettura italiana: “Vedo tanti giovani con speranze, energie e buoni risultati. Bisogna essere fiduciosi, se si offrono opportunità gli architetti sanno proporre buone realizzazioni. Anche noi in Alto Adige tempo fa abbiamo vissuto difficoltà e oggi posiamo vantare un quadro più confortante. Basta poco perché si possa cominciare a risalire la china”.
 

Integrarsi senza mimetizzarsi

Realizzare un edificio contemporaneo che diventi parte del paesaggio, integrandosi nel territorio grazie a un’attenta lettura dell’ambiente circostante, sia naturale che costruito, fino a essere percepito dagli abitanti del luogo come una preesistenza “familiare”. Sono i concetti fondanti della filosofia progettuale di Mirko Franzoso, il professionista trentottenne che si è aggiudicato il Premio Giovane Talento dell’Architettura Italiana 2016 per il progetto della nuova Casa Sociale per l'abitato di Caltron a Cles (Tn), opera completata lo scorso anno.

“In generale, l'approccio adottato per i miei progetti, sia per interventi inseriti in un paesaggio rurale che in un centro urbano – afferma Franzoso – è quello di integrarsi nello spazio circostante, ma non di mimetizzarsi, leggendo il contesto da ogni angolatura possibile, in termini di paesaggio e di manufatti esistenti, ma anche di identità e di cultura del luogo, con l’obiettivo di elaborare, su questi presupposti, un linguaggio contemporaneo”.

Caratteristiche che si ritrovano appieno nella Casa Sociale realizzata vicino a Cles, paese in provincia di Trento dove il giovane progettista ha collocato anche il proprio studio: una struttura che intende rappresentare un punto d’incontro in cui giovani e anziani possono trovarsi e confrontarsi, rafforzando l’identità della comunità e godendo, allo stesso tempo, del panorama circostante. Le soluzioni adottate sono in linea con i principi sopra enunciati: “Ho optato, ad esempio – dice l’architetto – per un tetto a falde, come gli altri manufatti della zona, adottando però una lettura ‘contemporanea’ realizzandolo senza gli sporti e con rivestimento in legno, anziché in tegole. Sono stati utilizzati, inoltre, i materiali locali della tradizione, come il legno di larice”.

L’opera – già selezionata da Tamassociati tra i 20 lavori esposti nel Padiglione Italia alla Biennale di Venezia – è frutto di un concorso a inviti rivolto ad architetti under 35, vinto nel 2012, “in seguito al quale, spiega Franzoso, mi è stata affidata la redazione di tutta la parte progettuale e, successivamente, anche gli incarichi relativi all’effettiva realizzazione dell’opera, a partire dalla direzione lavori”.

Per il progettista premiato dal Cnappc i concorsi hanno rappresentato, sin dai primi passi della carriera, un vero e proprio trampolino di lancio. “Dopo la laurea a Venezia nel 2005 – racconta – ho iniziato a collaborare con diversi studi in Trentino e in Veneto. Da subito, però, ho puntato in modo deciso sui concorsi, che si sono dimostrati, nel mio caso, non solo occasioni per fare esperienza e acquisire conoscenze pratiche, ma anche per ottenere incarichi lavorativi. Nel 2009 ho vinto il contest di design D&A indetto da Politecnico di Milano e Ceii Trentino. Dopo aver ricevuto altri riconoscimenti, nel 2011 ho collaborato con un team di altri tre architetti e insieme ci siamo aggiudicati il concorso ‘Progetti per il fondo del paesaggio’, promosso dalla Provincia Autonoma di Trento, il cui tema era incentrato su ‘Tecniche costruttive e compatibilità dei manufatti e delle costruzioni rurali in aree agricole’.

Un argomento che successivamente ho potuto approfondire grazie a un percorso di ricerca nell’ambito di un gruppo interdisciplinare e che è risultato fondamentale per affinare il mio approccio personale al tema dellinserimento di nuove opere nel paesaggio, poi trasferito nel progetto per la Casa Sociale di Caltron e in altri lavori svolti nelle aree dell’arco alpino, in particolare in Trentino e alto Veneto”.

Molto varie, e a diverse scale, le esperienze lavorative fin qui sperimentate dall’architetto trentino: dai primi passi nella progettazione d’interni ai piani attuativi per un agriturismo, dalla supervisione architettonica in commissioni edilizie locali a incarichi per la progettazione di edifici residenziali. “Il lavoro – osserva tuttavia Franzoso – raramente arriva solo grazie al curriculum: quello che conta, molto spesso, è il network relazionale, le conoscenze che un professionista riesce a costruirsi. Su questo fronte, soprattutto per i giovani professionisti, è importante ottenere premi e riconoscimenti”. Per quanto riguarda i prossimi impegni, al momento “sono in fase di progettuale due interventi in comuni della zona. In particolare, sto sviluppando un piccolo quartiere per un committente privato a Cles, che prevede la realizzazione di quattro edifici residenziali.

Faccio parte, inoltre, di un gruppo che si è proposto per un progetto a scala più grande: un ‘agriparco’, parco agricolo, culturale e sociale di circa 80 ettari, con all’interno una fattoria didattica, situato su un altopiano vicino Trento, finanziato con risorse sia private che pubbliche”.
 

I risultati del Premio Ri.U.So.

Passiamo ora ai risultati del Premio Ri.U.So., che nelle precedenti edizioni non era nell’orbita della Festa dell’Architetto e che celebrava le premiazioni tradizionalmente nell’ambito della rassegna fieristica Saie di Bologna. Questa quinta edizione, invece, trova la sua collocazione assieme agli altri premi promossi dal Cnappc. Come è noto si tratta di una call internazionale sul tema della rigenerazione urbana sostenibile articolata in due sezioni: A riservata agli architetti e B aperta a enti, università, associazioni e fondazioni. Ecco i vincitori.

Il primo premio della sezione A è stato assegnato a Lillo Giglia, insieme a Giorgio Parrino, per un progetto di attivazione di riqualificazione di un’area di Favara, in provincia di Agrigento, nella quale convivono vecchi e nuovi fabbricati, spazi pubblici e semipubblici, generando un’articolata dialettica tra pubblico e privato. Il secondo premio è andato a Salvatore Carbone che, con Sara Omassi, ha ideato e condotto un workshop che, attraverso un processo partecipativo, ha recuperato un’area storica di Altavilla Irpina. Terzo premio ad Alessio Dionigi Battistella che, con Diego Torriani e Luca Trabattoni ha presentato un progetto di cooperazione internazionale nel Distretto di Hebron in Palestina.

Le menzioni d’onore sono state assegnate a Helle Weber per un progetto di trasformazione di un quartiere residenziale ad Aalborg e a Raimondo Guidacci per due piccoli edifici a Orsara di Puglia. La giuria ha poi assegnato un Premio Speciale della Giuria a Fabrizio Cattaruzza, per l’auditorium realizzato alla Fondazione Giorgio Cini onlus a Venezia.

Passando alla sezione B il primo premio è stato assegnato al Collettivo Spaziviolenti – composto da Valeria Bruni, Giulia Cerrato, Mauro Crescenzo, Irene Cossu, Dimitris Michele Daniele, Claudia Fioretti, Valerio Fogliati, Giulia Fulizio, Anna Gagliardi, Marta Grignani, Isabella Laura La Rocca, Stefania Manzo, Angelica Pasteris, Attilio Piano, Damiana Cosimina Rullo, Jacopo Scannapieco, Stefano Scavino, Martina Sciolis – per un progetto di riqualificazione di una zona nella Casa Circondariale del carcere di Torino, realizzato in autocostruzione da studenti e persone detenute. Un palcoscenico centrale è il fulcro dell’area e permette funzioni diversificate quali spettacoli, cene, proiezioni, lettura. Il secondo premio è stato vinto da Felice Cerciello, con Maria Pisaturo, per un progetto di recupero, riattivazione sociale e ambientale del borgo di Gambatesa di Campobasso. Terzo premio a Elisa Vendemini e Rossella Villani per un proposta di intervento progettuale per la ricostruzione sostenibile  per la città di Aleppo, distrutta dal conflitto ancora in corso in Siria. Una menzione d’onore è stata attribuita a Luca Ferrari e Daniele Galassi per una tesi sulla riqualificazione energetica e funzionale, con tecnologie leggere a secco, di un edificio a Bologna. È stato inoltre assegnato un Premio Speciale della Giuria a Temporiuso, gruppo costituito da Isabella Sara Inti, Giulia Cantaluppi, Fabio De Ciechi, Carlo Gallelli, Matteo Persichino, per un progetto di rigenerazione e riuso delle risorse abbandonate del centro storico e la valorizzazione del territorio del Comune di Badolato.
 

Giovani di alto livello

“La quinta edizione del Premio Ri.U.So. – afferma Alessandro Marata consigliere nazionale Cnappc e coordinatore del Dipartimento Ambiente Energia e Sostenibilità – ha visto la presenza di oltre milleseicento partecipanti per 442 proposte progettuali. Tutti i progetti presentati nelle cinque edizioni, oltre millequattrocento, sono consultabili sul sito web del Consiglio Nazionale e rappresentano una interessante panoramica sul tema della rigenerazione delle città e del paesaggio.

La giuria anche in questa edizione ha avuto a disposizione una grande quantità di progetti ai quali attingere per poter rispondere, in termini di premi e segnalazioni, a molte delle varie declinazioni nelle quali si articola il premio Ri.U.So.; riqualificazione delle aree dismesse, sostituzione di edifici in ambito urbano, retrofit energetico, riutilizzo temporaneo di aree non utilizzate o degradate, riattivazione dei borghi storici, densificazione edilizia, nuove forme dell’abitare. Per dare evidenza a tutti questi aspetti, e altri di non minore importanza, la giuria, con decisione unanime, ha anche attribuito venti segnalazioni, dieci per sezione, a progetti che fossero emblematici e rappresentativi degli obiettivi e delle metodologie di intervento che il programma del Consiglio Nazionale degli Architetti PPC sulla rigenerazione sostenibile delle città intende promuovere. È interessante anche segnalare la grande partecipazione, accanto a nomi già affermati, di giovani architetti con progetti di grande qualità, che hanno ottenuto un grande numero di premi e segnalazioni. Questa importante risorsa, alla quale non viene attribuita una attenzione adeguata, è certamente uno dei fattori di maggiore interesse di questo Premio che ogni anno arricchisce, in termini di conoscenza e condivisione, il panorama dell’architettura in Italia". 
 

Rigenerare in Sicilia

Ad aggiudicarsi il premio Riuso 05 del Cnappc per la sezione A, aperta a opere realizzate da architetti e ingegneri, è stato il progetto Quid Vicololuna (dal nome dellomonimo vicolo), realizzato ai margini del centro storico di Favara (Agrigento) e firmato dall’architetto Lillo Giglia (43 anni), in collaborazione con il collega Giorgio Parrino. Si tratta di un intervento che ha puntato ad attivare un processo di rigenerazione di un tessuto complesso in cui convivono vecchi e nuovi fabbricati, spazi pubblici e privati, antiche case in rovina, con l’obiettivo di rivitalizzarlo e riempirlo di nuove funzioni e contenuti.

Favara è un comune di oltre 30mila abitanti che, spiega Giglia, “come molte altre città siciliane, ha visto il proprio centro storico – piazze, strade e vicoli, cortili, slarghi – progressivamente abbandonato mentre si è costruito senza alcun criterio, spesso abusivamente, nelle periferie. Dopo aver toccato il fondo, tuttavia, negli ultimi anni c’è stata una scossa, iniziata dal 2010 con la nascita del Farm Cultural Park, centro culturale indipendente che ha fatto da propulsore al cambiamento nella città. In questa scia, insieme a Giorgio Parrino, abbiamo deciso di investire su un comparto abbandonato ai margini del centro storico, situato nei pressi del nostro studio, per rivitalizzarlo e restituirlo alla città”.

Si tratta di un caso di riuso in piena regola, con un intervento che fa coesistere opere di conservazione e l’ideazione di una nuova architettura, e che recupera antiche case dirute, con i loro spazi annessi, rifunzionalizzandoli in centri culturali per la diffusione dell’architettura contemporanea, aree espositive e per la degustazione, spazi ricettivi diffusi, cortili e giardini capaci di attrarre eventi, risorse, investimenti. “L’obiettivo – dice l’architetto siciliano – è soprattutto attrarre energie in un contesto urbano ripensato, innovativo e condiviso. È un progetto che non riguarda solo l’architettura ma anche l’urbanistica, ed è una proposta di riqualificazione innanzitutto sociale. Inoltre, da quando il progetto è partito, sembra si sia avviato un circolo virtuoso con la realizzazione, tra l’altro, della ristrutturazione di un edificio nei dintorni e l’intervento da parte del Comune su una piazza adiacente”.

L’idea che ha guidato il progetto è incentrata sul recupero dell’esistente, riadattando le strutture in modo innovativo per usi contemporanei, e impiegando il più possibile materiali locali e di riciclo (dismessi dagli edifici stessi, come pavimentazioni e vecchi mattoni). Il progetto realizzato ha scelto di “conservare quanto più possibile le murature e gli elementi che caratterizzavano l’architettura del luogo. La superficie muraria esterna, bianca e poco rifinita, riprende i caratteri degli antichi intonaci circostanti e si inserisce in modo armonico nel contesto”. Sono stati rimessi a nuovo, tra l’altro, i vecchi portali in pietra e sono stati inseriti innesti in marmo e lamiera naturale.

Lo scorso anno (a novembre) si è conclusa la prima parte dell’intervento, la più consistente dal punto di vista dei lavori, che consiste nel riuso di un vecchio palazzo signorile, delle stalle e del giardino. In totale, sono stati spesi circa 350mila euro, oltre la metà dei quali ottenuti dalla programmazione comunitaria. “È in corso – racconta Giglia – la seconda fase che riguarda altri piccoli edifici destinati all’ospitalità, con l’idea di creare un albergo diffuso, che saranno completati e aperti al pubblico entro il 2020. L’auspicio è che un riconoscimento come il Premio Riuso dia alla nostra iniziativa una risonanza ancora più ampia, sia a livello locale che nazionale, per far passare – soprattutto alle nuove generazioni – un messaggio chiaro sull’importanza di recuperare e rigenerare l’esistente”.
 

Progetto e marginalità

Si concentra sui temi dell’autocostruzione e dell’autodeterminazione degli spazi di vita attraverso scelte architettoniche condivise, invece, il progetto che si è aggiudicato il Premio Riuso 05 sezione B, dedicato alle iniziative di Università, enti, fondazioni e associazioni. A vincere è stato un team composto da una trentina di studenti ed ex studenti – afferenti al Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino e al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino – che tra il 2015 e il 2016 ha lavorato, nellambito del gruppo informale Spaziviolenti, alla realizzazione della nuova Area Colloqui allaperto nella Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino.

Il progetto è stato realizzato di concerto con l’amministrazione penitenziaria (con la quale è stata portata avanti anche una seconda iniziativa, riguardante un’area relax riservata al personale del carcere), interagendo con detenuti e personale di sorveglianza, le persone che frequentano quotidianamente gli spazi recuperati. I lavori sono stati finanziati con fondi 5x1000 per la progettualità studentesca con finalità sociali del Politecnico di Torino.

L’obiettivo – spiega Stefania Manzo, architetto e componente del gruppo informale Spaziviolenti – era fare architettura partendo dalle reali necessità delle persone che vivono gli spazi. Attraverso il metodo dell’autocostruzione si è messo in moto un percorso generativo che, coinvolgendo soggetti diversi, ha permesso a tutti di acquisire nuove competenze: per i detenuti e per il personale carcerario autodeterminare il proprio ambiente di vita ha generato senso di appartenenza, che si è tradotto nella cura dello spazio; per gli studenti, invece, è stata l’occasione di confrontarsi con la pratica professionale, spesso marginalizzata nelle Università. Il metodo dell’autocostruzione è stato utilizzato per riqualificare lo spazio del carcere e portare architettura dove è assente, attraverso la collaborazione”.

L’Area Colloqui all’aperto, di circa 1000 mq, è riservata agli incontri dei detenuti con i famigliari (in particolare con i figli minori) ed è stata attrezzata con 11 postazioni per i colloqui e unarea gioco per i bambini. Al momento dell’inizio lavori l’area versava in stato di abbandono.  “Il progetto – afferma Manzo – ha puntato a garantire un uso dello spazio molto libero da parte delle persone che lo vivranno, in contrasto con la rigidità che caratterizza l’ambito estremamente burocratizzato del carcere. Abbiamo inserito sedute polifunzionali che possono essere utilizzate in più modi, mentre le zone ombreggiate sono state create grazie agli alberi (verde ripiantumato), una parte di pergolato e teli movibili a seconda delle necessità. L’intento è creare qualcosa di duraturo, robusto, utilizzando il più possibile materiali di scarto – parte dei quali già accumulati in loco – anche per abbattere i costi: reti di ferro, tubolari, legno, pneumatici. In totale, arriviamo al 70 per cento di materiali di riuso”.

Il gruppo Spaziviolenti – formato da giovani tra 25 e 30 anni – si è specializzato sul tema della marginalità per portare la pratica della co-progettazione in spazi residuali dimenticati, come le carceri, e ha avuto un naturale sviluppo nella creazione dell’associazione Artieri, che si propone di continuare il lavoro fatto. “A oggi abbiamo ottenuto feedback molto positivi da altre amministrazioni penitenziarie – racconta la giovane architetto – il premio ottenuto ci consentirà di continuare a investire sul nostro progetto. Al momento abbiamo contatti avviati con un altro carcere piemontese”.

Il progetto dell’Area Colloqui, inoltre, è in mostra fino al 27 novembre presso lo Spazio Thetis (Arsenale Nord) nell’ambito di Gang City, evento collaterale della Biennale di Architettura di Venezia.