La storia futura

La storia futura

Il progetto in Italia è spesso lasciato tra parentesi.
Troppe celebrazioni storiche, mentre sono sempre poche
le occasioni per pensare alla storia di domani.
Che è scritta da chi progetta con coraggio

di Antonino Saggio

La storia futura

La storia futura

Il progetto in Italia è spesso lasciato tra parentesi.
Troppe celebrazioni storiche, mentre sono sempre poche
le occasioni per pensare alla storia di domani.
Che è scritta da chi progetta con coraggio

di Antonino Saggio

Nella pagina precedente: Glass Farm, Schijndel. Progetto MVRDV

giovannoni

Gustavo Giovannoni

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Gustavo Giovannoni

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The Why Laboratory, Delft. Progetto MVRDV. Foto Antonino Saggio

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The Why Laboratory, Delft. Progetto MVRDV. Foto Antonino Saggio

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Neues Museum, Berlino. Progetto David Chipperfield. Foto Antonino Saggio

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Neues Museum, Berlino. Progetto David Chipperfield. Foto Antonino Saggio

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Banca di Albania, Tirana. Progetto Marco Petreschi

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Banca di Albania, Tirana. Progetto Marco Petreschi

Ricordo quando Winy Maas, il leader del gruppo olandese MVRDV, disse con quel suo tono da ragazzo ribelle: “E basta ora con tutta questa storia! Facciamo così poche cose che riguardano il domani, pensiamo così poco al nostro futuro”. Mentre Maas parlava pensai ‘Winy dovrebbe venire in Italia, se è la cultura architettonica olandese che non guarda al futuro!’. Il tutto era ancora più sorprendente perché  la conferenza si teneva in una opera che MVRDV aveva da poco finito di costruire proprio dentro la sede di architettura del politecnico di Delft, in un austero edificio del XIX secolo che aveva cominciato a ospitare la facoltà dopo che un drammatico incendio aveva distrutto il precedente.

Quella degli MVRDV è una straordinaria struttura a metà monumento, a metà arredo, a metà edificio, a metà teatro: si tratta di una scalea di una decina di metri molto inclinata, dove la gente legge o studia o assiste a dibattiti, mentre negli spazi sotto i gradoni vi è una sorta di sezione abitata, una Torre di Babele, composta da laboratori, studioli, sale riunioni e che ospita gli studenti i ricercatori, i dottorandi e i docenti della cattedra di Maas e del suo istituto The Why Factory. Il tutto arancio lucido fuori, bianco dentro, tavoli e sedie neri. Una vera immagine di un futuro che invita a intessere rapporti e interrelazioni.
 

Giovannoni ci aiuta a capire

“Basta con la storia, pensiamo al futuro” mi è rivenuto in mente assistendo a qualcuna delle numerose celebrazioni in tutto il mondo per il cinquantenario della morte di Le Corbusier (1887-1965) e visitando altre mostre storiche o leggendo libri redatti per ricorrenze. Ora la celebrazione di una ricorrenza è un atto che ci rassicura. Possiamo così “incasellare” in una teca il passato e aspettare la prossima occasione, non si finisce mai di studiare il passato. Non ho niente in contrario a queste ricorrenze. È un modo per muovere la complessa macchina della produzione culturale: produzione che si articola attraverso dipartimenti universitari, musei, editoria, quasi sempre sovvenzionata, e che consente di creare allestimenti ed esposizioni. 

Per esempio a Roma ha chiuso il 16 marzo la mostra “Gustavo Giovannoni tra storia e progetto” al Museo romano alle Terme di Diocleziano, una mostra veramente molto bella. L’esposizione intende sondare la personalità di Gustavo Giovannoni (1873-1947) su tutti i fronti del suo operare. Quello del disegno, innanzitutto, a cui Giovannoni collegava intimamente l'insegnamento della storia e poi del restauro. Assolutamente spettacolari le sue dispense fatte a mano in cui ridisegnava sezioni e piante e dell’architettura rilevava la forza, la spazialità, i principi costruttivi. Il suo insegnamento era basato sulla certezza delle piante e delle sezioni e su un ragionamento preciso e analitico che, ispirato al lavoro del grande storico Auguste Choisy, testimoniava il suo interesse per il pensiero filosofico di stampo positivista. E poi il grande impegno intellettuale e organizzativo alla base della creazione della prima scuola di architettura in Italia. La figura dell’architetto integrale” era la formulazione che presiedeva tanto alla sua attività di progettista e di studioso che alla strategia didattica della scuola, una scuola quindi che Giovannoni forgiò a sua immagine e somiglianza.

La mostra come molte altre del genere si muove in una impostazione che possiamo definire per brevità filologica, ma la filologia, come è ben noto, estromette il giudizio storico. Infatti per una impostazione coerentemente storica bisognerebbe chiedersi “criticamente” il ruolo del personaggio in esame nel suo tempo a confronto con parallele esperienze nello stesso arco temporale. È quanto sosteneva costantemente Bruno Zevi che pensava che giudizio critico e indagine storica fossero intimamente connesse. Se si pensa a Gustavo Giovannoni e alla fondazione della prima scuola di Architettura a Roma negli anni Venti nel Novecento si scopre per esempio che parallelamente in Germania prendeva corpo la direzione di Walter Gropius del Bauhaus oppure che Eliel Saarinen disegnò e poi diresse la Cranbrook Academy negli Stati Uniti. A questo punto molti altri elementi illuminano criticamente l’opera di Giovannoni e ci permettono di riflettere sul ruolo di una classe di grandi professionisti formatasi in epoca giolittiana e che hanno operato anche nel ventennio del regime fascista. Lo stesso discorso vale per l’architettura e per la progettazione urbanistica di Giovannoni che, se si inquadra storicamente, assume un peso ancora maggiore e ci fa capire molto di più delle lotte e delle differenze in atto in quegli anni e del perché tutti i giovani razionalisti italiani si opposero veementemente a quelle impostazioni pur essendone in varia maniera il frutto.

 

Racconto delle scelte concrete

L’altro aspetto che è spesso dimenticato nelle ricorrenze storiche è quello della “sceneggiatura delle scelte concrete” e cioè il modo in cui si organizza il pensiero progettuale, il metodo di lavoro e le scelte dell’architetto. Il taglio di questo tipo di mostre è dominato dagli specialisti della storia che in realtà sono ormai molto lontani dall’architetto integrale che Giovannoni stesso rivendicava. Per Giovannoni il momento del disegno (splendidi i suoi in mostra), della conoscenza analitica delle costruzioni, la sua capacità di trasmettere i dati costruttivi e spaziali dell’architettura erano il centro dell’operare e si tramutavano poi in azioni di progetto, vuoi urbanistico vuoi edilizio vuoi di restauro.

Tornando alle celebrazioni di Le Corbusier, lo storico Carlo Olmo ha tenuto con Susanna Caccia alla nostra Facoltà di Roma una conferenza sulla Villa Savoye: una conferenza in sé molto godibile perché, più ancora di una detective story, apriva misteri, svelava intermediari, ruoli del cliente, e rapporti nascosti con altre opere del maestro, ma della sceneggiatura delle scelte concrete quasi nulla.

Sostenevo anche in quella occasione, al contrario, la presenza in Italia di una generazione di architetti che erano “architetti integrali” e che operavano tanto nel campo della storia che della critica e del progetto. Enrico Calandra, Giuseppe Samonà, Ludovico Quaroni, Francesco Tentori, Leonardo Benevolo, Bruno Zevi e altri ancora. Ormai però stretti dagli specialismi disciplinari del mondo accademico questo ruolo è in dismissione.

Questo progressiva esclusione del progetto e dei progettisti dal centro della cultura dell’architettura è in rapporto diretto al “non pensiamo abbastanza al futuro”. Gli architetti progettisti, gli architetti che operano concretamente sono progressivamente estromessi, in particolare in Italia, mentre sono loro che dovrebbero essere il centro della cultura e dell’insegnamento dell’architettura. Chi progetta, chi corre i rischi del fare invece di essere il nodo e lo snodo in Italia è sempre più alla periferia. Alla periferia nel quotidiano della professione e anche nell’ambito dell’insegnamento universitario e della elaborazione culturale.
 

Tre opere-paradigma

Improvvisamente mi vengono in mente tre opere che per questo discorso assumono una bella centralità propositiva. L’una è di nuovo di MVRDV, la Glass Farm a Schijndel. Si stratta di un modesto edificio con varie attività pubbliche (ristorante, caffè, libreria eccetera) nel centro di un piccolo paese olandese. Maas studia centinaia di costruzioni vernacolari dell’area, le fotografa e alla fine ne fa una sorta di modello ideale. Nella piazza del centro del paese MVRDV realizza esattamente quanto concede il regolamento edilizio e gli dà la sagoma appunto di una sorta di stalla ideale, aumentando la scala originaria a corrispondere con la cubatura consentita.

Tratta l’architettura senza alcuno sberleffo post-modernista, ma come il frutto decantato di una complessa operazione proprio sulla storia. Infatti ricrea mattoni e finestre in tutta la superficie vetrata della nuova architettura con una tecnica serigrafica che riproduce i mattoni e i pochi elementi decorativi. L’opera, che alla fine realizza dopo un ciclo di negoziazioni di 11 anni, è sbalorditiva. Storia, passato, tecnologie, futuro si combinano come forse mai prima era accaduto. Intreccia storia e futuro come solo un architetto geniale può fare.

L’altro progetto è la ricostruzione del Neues museum di David Chipperfield, a Berlino. Un’opera che dimostra che la storia è da sentire concretamente come crisi, come sfida e come capacità di futuro. E questa complessa operazione è compiuta da un vero architetto integrale che studia, capisce e comprende la storia e che crea un nuovo capitolo. Nel Neues museum, semi distrutto nella seconda guerra mondiale nell’isola dei Musei di Berlino, David Chipperfield, vince il concorso e realizza una delle più strabilianti opere del rapporto tra passato come frammento e maceria e reinvenzione dell’impianto distributivo. Reinterpretando e reinventando la linfa neoclassica dell’edificio, l’architetto spinge l’opera nel domani. Chipperfield pensa e ama il passato, affronta la crisi drammatica della rovina, e ci dà una affascinante ipotesi di futuro. Uno dei tanti futuri possibili, ma il futuro è il progetto.

Un’altra opera, diversa negli esiti e sempre molto interessante, è la sede della Banca di Albania del nostro collega Marco Petreschi. Siamo a Tirana e Petreschi opera sulla base di un grande edificio realizzato da Gaddo Morpurgo negli anni Trenta del Novecento. Petreschi progetta una complessa operazione di rifacimento e adeguamento dell’edificio con lavori anche di ingegneria molto complessi, come il parcheggio multipiano interrato, ma anche amplia e riconnette una nuova ala alla preesistente e crea spazi di grande forza e bellezza. Un’opera, di nuovo, che presuppone uno studio approfondito della storia, ma anche una decisa e coraggiosa assunzione di rischio. L’opera è riuscita e convince tanto i clienti che i cittadini e gli addetti ai lavori.

Facciamo progetti, valorizziamo chi li fa, consideriamo il progetto il centro di ogni nostra attività di architettura. Così possiamo andare avanti, aprire strade, inventare tecnologie e operatività non solo per gli architetti ma per l’intera società e i produttori di materiali, di tecnologie e di invenzioni. Bisogna organizzare molte più attività culturali a sostegno del futuro e forse qualche tranquillizzante mostra-ricorrenza in meno, secondo me. Dobbiamo dare credito e valorizzare chi affronta scelte, chi prende i rischi del lavoro vero. Con rispetto, certo, per chi studia e organizza e mette in ordine, ma anche con la piena consapevolezza che è il progetto, il progettare e il costruire il centro della storia, il centro del futuro.