Trionfi e lamenti
sul Tevere

Trionfi e lamenti
sul Tevere

Una grande opera pubblica lunga mezzo chilometro si insedia nei muraglioni del fiume e spinge alla riappropriazione civica delle sue sponde. Una Piazza Tevere

di Antonino Saggio

Trionfi e lamenti
sul Tevere

Trionfi e lamenti
sul Tevere

Una grande opera pubblica lunga mezzo chilometro si insedia nei muraglioni del fiume e spinge alla riappropriazione civica delle sue sponde. Una Piazza Tevere

di Antonino Saggio

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Uno scorcio dell'opera di arte urbana realizzata sul Tevere. Le foto del servizio sono di Antonino Saggio

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Uno scorcio dell'opera di arte urbana realizzata sul Tevere. Le foto del servizio sono di Antonino Saggio

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Una nuova presenza emerge dagli strati della storia di Roma. Lungo i grandi muraglioni che incassano il Tevere dentro il suo alveo c’è oggi qualcosa di nuovo e anche di incredibilmente antico. Guardiamo da distante, dall’alto del lungotevere dei Tebaldi che cinge la zona di Campo dei Fiori nel cuore di Roma e vediamo sulla sponda opposta un lungo srotolarsi di forme in bianco e in nero.

È una banda di figure sul muraglione che avanza come su un nastro parallelo all’acqua, agli alberi in alto, alla silhouette della città, alle colline del Gianicolo e al cielo. Il nastro è lungo mezzo chilometro da ponte Sisto a sinistra a ponte Mazzini a destra, alto una decina di metri, popolato da figure e animali che sembrano incisi. Bisogna andare, vedere da vicino.

Scendendo dalla quota stradale alle banchine siamo accanto alle grandi sagome: sono guerrieri, straccioni e animali feroci, ombre che ci saltano addosso dal tempo. Le tracce nere emergono dai marmi biancastri dei muraglioni deformate dalla prospettiva dal basso all’alto e aggressive. Tre figure camminano. Portano in alto aste con effigi e trofei, ma camminano a capo chino, marciano in maniera molto poco trionfante. 

Poco più in là ecco un uomo a cavallo in armatura. Sì, ci fa pensare a Marc’Aurelio. Viene voglia di toccare il muro biancastro e immaginare che se fossimo a occhi chiusi potremmo sentire le figure, perché il segno nero è ruvido e scabroso e il bianco più liscio e levigato. Camminiamo accanto alle sagome in questo lungo srotolarsi, sono decine e decine e avanzano in una sorta di marcia. Con Marc’Aurelio ci viene subito in mente la sua colonna, uno dei più incredibili monumenti dell’antichità se ci si pensa. La colonna sta ritta da secoli e secoli, prima con attorno la rutilante e popolatissima capitale dell’impero, poi le invasioni dei barbari e l’abbandono di tanti secoli bui e poi… a poco a poco... la città che le si ricostruisce attorno e forma quella che è oggi Piazza Colonna, ma la tiene sempre lì infissa nel cuore del potere politico, davanti a Palazzo Chigi.

Avanzando piano lungo la banchina, dopo i soldati romani di Traiano o di Marc’Aurelio emergono altre incredibili figure, Giordano Bruno che brucia, la zattera della Medusa del giudizio universale di Michelangelo, l’angelo con la spada di Bernini, Anita Garibaldi che si slancia a cavallo e che difende una Roma libera, anti papalina, anti clericale e Aldo Moro nel bagagliaio della Renault 4. Alla fine la lupa, una lupa che è diventata scheletro.
 

La grande performance

C’è un artista dietro questo incredibile lavoro, è un artista non romano e che forse per questo ci capisce e ci interpreta meglio di noi stessi. La grande opera si chiama “Triumphs and laments”, che titolo! Eh sì, trionfi e lamenti, come in questo accumularsi di fango, di slanci e di crudeltà sia necessario vedere. Si chiama William Kentridge, ha sessant’anni, è sudafricano ed è ben noto. Ma dietro a tutta questa impresa c’è soprattutto una donna. Si chiama Kristin Jones ed è il direttore artistico. E uno pensa, ma guarda un poco che lavoro, del tutto particolare, fuori da ogni schema.

Ora io conosco l’amica statunitense Kristin Jones da almeno quindici anni. E Kristin ha certo amato questa città e fa parte di una comunità di intellettuali e artisti che ha nell’Accademia americana al Gianicolo un centro propulsore dove Kristin è, come lo sono io, advisor. Kristin ha sempre pensato che Roma e Tevere sono un binomio indicibile, che la forma dell’uno è quella dell’altro e che Roma è incatenata nel bene e nel male al destino del suo fiume. Ha promosso per anni questa sua associazione che si chiama TEVERETERNO. Undici anni fa organizzò una prima installazione sulla banchine. Questa nuova ne ripercorre alcuni elementi ma, come dire, con un tono più duro, più critico.

Ripercorrendo questi anni dal 2005 a oggi è difficile non pensare a come Roma e il suo Tevere siano andati indietro invece che avanti. Mentre in grandi città del mondo – ne abbiamo parlato su L’Architetto – i fiumi sono occasioni di rilancio urbano, di creazione di attività sociale e artistico e anche di rilancio per operazioni mirate di densificazione, a Roma tutto è fermo. Ed è ancora più paradossale perché il Tevere è proprio uno degli ambiti strategici del piano regolatore approvato nel 2008.

La presenza di queste grandi opere d’arte sul Tevere, che accompagnano il concerto evento che ha raccolto molte migliaia di cittadini, rimarrà per alcuni anni a ricordarci lo sguardo problematico e critico dell’arte. Poi a poco a poco la polvere e il fango si riprenderanno i solchi neri. Il processo attraverso cui Kentridge ha realizzato questa opera è anche un elemento fondamentale. Infatti non si dipinge sui muraglioni ma, al contrario, come fosse una litografia si gratta via lo sporco in alcuni tratti (con pompe idrauliche): il bianco diventa sfondo per le tracce del disegno che rappresenta quanto si è tolto.

L’opera non dà certezze, non dà né speranze né illusioni: c’è per farci pensare, per farci guardare alla città e alle sue contraddizioni. L’arte a questo serve, per questo “Trionfi e lamenti” è straordinaria e benvenuta. Esistono architetti, politici amministratori, cittadini che amano questa città con la forza determinata che Kristin Jones ha dimostrato con i fatti?

Avanti, c’è da fare.