Elementi fondamentali
di modernità

Elementi fondamentali
di modernità

La Biennale firmata da Rem Koolhaas ha mostrato il suo volto.
E subito si è aperto il dibattito sulle scelte che non a tutti
sono parse convincenti. Resta indubbiamente
un’occasione di ricerca e confronto

di Pierluigi Mutti, foto Alessandra Chemollo, video e montaggio Flavia Casella

Elementi fondamentali
di modernità

Elementi fondamentali
di modernità

La Biennale firmata da Rem Koolhaas ha mostrato il suo volto.
E subito si è aperto il dibattito sulle scelte che non a tutti
sono parse convincenti. Resta indubbiamente
un’occasione di ricerca e confronto

di Pierluigi Mutti, foto Alessandra Chemollo, video e montaggio Flavia Casella

koolhaas

Rem Koolhaas. Foto Flavia Casella

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Rem Koolhaas. Foto Flavia Casella

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Pippo Ciorra. Foto Flavia Casella

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Pippo Ciorra. Foto Flavia Casella

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Marco Demichelis. Foto Flavia Casella

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Marco Demichelis. Foto Flavia Casella

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Cherubino Gambardella. Foto Flavia Casella

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Cherubino Gambardella. Foto Flavia Casella

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Fulvio Irace. Foto Flavia Casella

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Fulvio Irace. Foto Flavia Casella

molinari

Luca Molinari. Foto Flavia Casella

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Luca Molinari. Foto Flavia Casella

pestellini

Ippolito Pestellini Laparelli

pestellini

Ippolito Pestellini Laparelli

saggio

Antonino Saggio. Foto Flavia Casella

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Antonino Saggio. Foto Flavia Casella

box
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E alla fine il sipario si è alzato sulla 14° Biennale di architettura di Venezia. Non che mancassero informazioni su ispirazione, principi e logica dell’esposizione, ma ovviamente solo la prova del contatto personale, dell’esame visivo, del vivere l’esperienza sensoriale dà la reale dimensione di un fenomeno articolato e complesso come questo.

C’era grande attesa per capire quale impronta la particolare personalità del curatore Rem Koolhaas avrebbe impresso sulla mostra, anche attraverso quell’ampia rete di curatori che si sono occupati dell’allestimento di molti spazi. E infatti un’affermazione va fatta in apertura. È ovvio che ogni curatore dà il segno alla sua creatura, è esattamente quello che gli viene chiesto, ma nel caso di questa edizione 2014 l’impronta è particolarmente significativa e visibile fin dal primo approccio. Koolhaas non si è limitato a costruire una cornice e a fornire un indirizzo a quanti sono stati chiamati a contribuire: ha impostato praticamente qualsiasi spazio tra Giardini e Arsenale chiamando tutti a misurarsi con il tema prescelto – Fundamentals e Absorbing modernity – e costruendo lui stesso attraverso una fitta rete di collaboratori-curatori momenti espositivi dettagliati.

È stata definita una Biennale di ricerca e su questo aspetto non ci sono dubbi. Le diverse forme di analisi e confronto proposte a vari livelli hanno manifestato la grande voglia di porre domande, stimolare confronti, aprire dibattiti. Con esiti che a volte hanno sorpreso a volte hanno rivelato limiti.

 

I Padiglioni rispondono

Un aspetto certamente nuovo è l’interazione vera tra il tema scelto e la generalità delle proposte sviluppate all’interno dei singoli padiglioni nazionali, una sintonia poco frequente nelle edizioni passate che ha giovato alla definizione di una dimensione unitaria della manifestazione. Una sorta di dialogo tra i diversi poli che contribuisce a tessere una trama più visibile e riconoscibile. E che ha probabilmente stimolato più di altre occasioni i curatori nazionali a misurarsi con un tema specifico, evitando di rifugiarsi in un esercizio un po’ ripetitivo di presentazione della propria dimensione.

Molto contraddittoria, invece, l’accoglienza – sempre ai Giardini – dell’altro grande polo su cui Koolhaas ha puntato: la mostra “Elements” allestita al Padiglione centrale. Qui una sequenza di spazi, organizzati in un allestimento molto bello e ben distribuito, mostra la storia degli elementi che sono alla base di ogni costruzione: balconi, scale, finestre, bagni, corridoi, porte e via costruendo. Di grande respiro, con scelte a volte sorprendenti a volte spiazzanti, ha sollevato in certi casi critiche feroci per una sorta di scomposizione dei fattori tecnici – gli elementi appunto – imprescindibili della costruzione, con accuse di sconfinamento in una fiera tecnica: prescindendo da una visione complessiva guidata dal processo di progettazione architettonica. Altri hanno visto in questa operazione una sorta di richiamo ai fattori base della costruzione, quasi a togliere sacralità all’architettura: e questo non è un nodo da poco. Resta il fatto che in quelle sale è possibile spaziare dalla collezione di finestre inglesi dall'Ottocento a oggi alle coperture tradizionali orientali, fino alle ultime evoluzioni tecnologiche: come il cosiddetto local warming che consente di dosare con esattezza il livello di temperatura voluto in ogni singola porzione di una stanza.

Nel padiglione ha trovato spazio un’interessante installazione, a cura di Davide Rapp, che propone spezzoni di film (sono circa 200) dove ciascuno degli elementi trattati diventa protagonista. Un fil rouge piacevole e di grande impatto, che ha attratto non poco i visitatori.

 

Monditalia controversa

Il grande spazio delle Corderie, poi, è stato teatro della mostra lineare intitolata Monditalia, frutto del lavoro di una serie di curatori che hanno presentato 41 casi studio sparsi sull’intero territorio nazionale – relativi a tempi e situazioni diversissimi – significativi per raccontare il processo di sviluppo della società italiana.

“Un anno fa abbiamo lanciato una call a cento ricercatori affinché proponessero alcuni casi italiani capaci di raccontare l’Italia attraverso una lente multidisciplinare che coniugasse architettura, storia, media, tecnologia, politica e religione”. Chi parla è Ippolito Pestellini Laparelli, partner di OMA e curatore dell’allestimento di Monditalia. “L’Italia è stata scelta in quanto paese paradigmatico di condizioni trasversali comuni a molti altri paesi europei e che sta attraversando una fase particolare di trasformazione politica. Le proposte che abbiamo ricevuto hanno interpretato la griglia che avevamo proposto suggerendo anche nuovi aspetti di indagine, abbiamo così composto questa sequenza di una mostra organizzata geograficamente. Non ci sono compartimenti stagni ma, come quando si viaggia in un territorio, si trovano tutti gli elementi fusi insieme: un’esposizione quasi schizofrenica, forse, ma è così perché rispecchia la realtà del paese.

Alcune analisi sono particolarmente riuscite, come quella che racconta la realtà della comunità Sikh nel piacentino, dove si esamina un caso di sostituzione etnica, un fenomeno globale visto con la lente di un caso italiano”.

Alcuni hanno trovato quasi provocatoria la ‘porta’ d’ingresso del padiglione fatta di luminarie. “Ma è un elemento scenografico, felliniano – risponde Pestellini – le luminarie le ha realizzate un’azienda leccese specializzata e racconta il sapore delle feste di piazza, allegre: era come dire benvenuti a Monditalia”. E all’accusa di banalizzazione dei contenuti risponde: “È una mostra complessa che richiede riflessione per capire ognuna delle proposte e le connessioni che le legano. È un lavoro polifonico dove ogni elemento, film, danza, modelli, documenti ha un ruolo. Non è banalizzante parlare di un’utopia mancata come Zingonia o esaminare il caso Milano 2 attraverso le relazioni tra media e urbanismo, tra studi televisivi e gli interni delle case in vendita. Qualcuno sostiene che c’è poca rappresentazione dell’architettura: ma questa emerge in altre forme, nel disegnare lo spazio in modo inedito, nello sperimentare un formato dove si producono contenuti che sono architettura e parte integrante dell’intera mostra. Infine sarebbe utile vedere l’età di chi ci accusa di banalizzazione, ho l’impressione che sia anche un problema generazionale”.

Alla fine delle Corderie il percorso ideale porta dritti al Padiglione Italiano, curato da Cino Zucchi. Di questo fondamentale elemento della Biennale parliamo nel servizio successivo con un’intervista al curatore che analizza nel dettaglio ogni aspetto. Vale la pena aggiungere solo un’osservazione. Raramente si è registrata un'armonia di giudizio sulle scelte operate all’interno dello spazio italiano: pur con sfumature e accenti diversi, le scelte di Zucchi sono state considerate coerenti e convincenti.

 

Voci dalla Laguna

Per avere un quadro comprensivo delle varie correnti di pensiero che si sono formate tra l’Arsenale e i Giardini a proposito delle scelte di Rem Kolhaas  occorrerebbero due numeri della rivista, ma abbiamo voluto cogliere alcune osservazioni – in certi casi davvero graffianti – per costruire un affresco significativo.

“La regia di Kolhaas per tutta la mostra è molto accurata e credo che si sia puntato molto sul suo carisma e sulla forza d’attrazione di quello che è sicuramente l’architetto più interessante del nostro tempo”. Questo l’approccio di Pippo Ciorra. “Al Padiglione centrale dei Giardini ero arrivato per arrabbiarmi perché penso che l’architettura sia fatta più della sua parte immateriale, la componente di pensiero, che dei suoi componenti tecnici. In realtà è una mostra tranquilla, alcune stanze sono ben organizzate, altre ricordano un po' le fiere tecniche dell’edilizia. La genialità e l’ironia di Kolhaas si vede nella stanza dedicata la bagno, ma poi tutte le numerose persone che ci hanno lavorato esprimono il loro pensiero.

I padiglioni nazionali mi sono serviti per riscoprire personaggi importanti cui l’architettura non guarda abbastanza, come i metabolisti coreani, ma poi ho trovato interessanti le proposte svizzere – anche se un po’ snob – il padiglione nordico con un tema divertente e anche quello americano dove il concetto di archivio viene chiamato ricerca.  Il padiglione cileno poi, espone un oggetto bellissimo – un pannello prefabbricato con tutta una sua storia – che è pieno di storia politica, architettonica e industriale. In sostanza in questa Biennale la ricerca non manca, ma per diventare oggetto espositivo ha bisogno di riflessione”.

Manca solo il commento al Padiglione Italia. “È uno spazio così grande che abitualmente trascina i curatori a proporre una Biennale in sedicesimo facendo sì che poi non si ricordi bene cosa vi era contenuto. Molto bella la ricognizione su Milano, la parte più coerente con le sollecitazioni di Koolhaas, che dà a Zucchi la possibilità di proporre un allestimento dove emerge la sua bravura di architetto che non è mai in discussione. Della seconda parte non capisco la necessità: mettere cento immagini è come non metterne nessuna, vuol dire lavorare sull’allestimento. Bisogna avere il coraggio di scegliere – conclude Ciorra – è possibile spiegare e fare comprendere un massimo di tre o quattro architetti, oltre si fa una bellissima autobiografia del curatore. Comunque emerge evidente la capacità e la bravura di Zucchi”.

C’è invece chi di sconti non ne fa. “Koolhaas ha sollevato una questione che sta al centro del mio cuore – esordisce Marco De Michelis – ed è capire cos’è una mostra di architettura. Si deve occupare di mostrare dei progetti? La risposta di Koolhaas è no e quindi coerentemente ha seguito la strada che lo ha portato a realizzare questa Biennale. Il problema nasce dal fatto che questo progetto si domanda molto ambiziosamente cos’è l’architettura e quali sono gli elementi che la compongono. Credo che l’architettura, soprattutto quella della lunga stagione della modernità (da inizio dell’Ottocento a inizio del XXI secolo), non sia fatta dai singoli elementi ma dai giunti, è l’arte del connettere: non è pilastro e soffitto, ma il rapporto che li collega.

La scelta di Koolhaas è come sempre intelligente e acuta ma è anche arrogante, nel senso che vuole essere popolare ed educativa, ma rischia invece di diventare populista. Alla fine qui non abbiamo imparato nulla. Per tutto l’Ottocento i filosofi, gli esteti, gli scultori e gli artisti hanno cercato di dare risposta a un problema fondamentale: cos’è la scultura, l’oggetto manipolato o lo spazio che determina? Il vuoto che è il significante o il pieno? Hanno scoperto che è il vuoto: ecco, questo vuoto nella mostra di Koolhaas non esiste e non è poco. Il risultato è deludente se non devastante.

Poi va detto che questa è una Biennale ricca, il grande spettacolo delle Corderie è fatto di episodi disuguali ma in certi casi molto divertenti e affascinanti, Cino Zucchi ha interpretato intelligentemente la domanda di riflessione sul bilancio della modernità: insomma, sono due giorni importanti per tutti noi, in cui pensiamo e riflettiamo. Però dall’uomo più intelligente dell’architettura mondiale era legittimo aspettarsi di più.

Non abbiamo imparato nulla e quel poco che abbiamo imparato è sbagliato”.

 

Perplessità diffuse

Ne fa anche una questione generazionale Cherubino Gambardella. “Koolhaas, al compimento dei 70 anni, ha voluto dare un suggello molto forte, coinvolgendo nella ricerca persone molto giovani che hanno dato il meglio sé nella analisi e proposta dei casi di studio. A Monditalia ho visto proposte molto interessanti e che mi hanno colpito, ma il problema è che si rischia l’effetto affastellamento: i temi sono tanti, densi, ognuno avrebbe bisogno di una sorta di forte istruttoria cognitiva che probabilmente un pubblico giovane può apprezzare. Io, over 50, ho voglia di dimenticare non di studiare, voglio solo raccogliere immagini e spunti da rimescolare nel progetto: non ho la pazienza di impiegare un’ora per ogni installazione ad ascoltare le ragioni, anche profonde e interessanti, ma  che alla fine rischiano di confondermi le poche idee chiare che mi sono rimaste. E poi devo dire che questa fase della conoscenza e della lettura fenomenologica, simbolica, storica e documentativa – molto rivolta al passato – ha mostrato la corda. Penso che l’esposizione avrebbe potuto essere più ridotta, secca, asciutta riuscendo a essere più efficace e a lasciare anche un segno più netto”.

Molto più benevolo il giudizio sul Padiglione Italiano: “Un oggetto straordinario, Zucchi è stato molto bravo a coordinare le sue ossessioni da collezionista, mostrando anche elementi non troppo conosciuti. Anche l’allestimento è riuscito, parte con questa bellissima porta-scultura per raccontare i tanti aspetti dell’Italia attraverso l’animo del collezionista: senza bulimia ma con l’intento di proporre spunti che abbracciano il visitatore. Netta e potente la scelta di affidare a una sola immagine l’illustrazione dei progetti, un segno che lascia una sorta di aura”.

Non manca la stoccata finale per Koolhaas: “La sua grande qualità è elaborare sempre la stessa teoria cambiandone il nome ogni dieci anni”.

Affonda, invece, il ragionamento nelle radici culturali Fulvio Irace. “Chi conosce la figura di Koolhaas e la sua lunga attività non si può sorprendere di questa sua Biennale. Ha agito con la tecnica caratteristica delle avanguardie: di fronte alle situazioni complicate si rovescia il tavolo, ricorrendo alla mossa del cavallo quando tutto è perduto. Immagino che il curatore, come un buon ospite, avrebbe dovuto invitare i colleghi dell’Olimpo affermando una comune appartenenza e invece ha azzerato tutto: una mostra sull’architettura senza gli architetti. Ma esiste un’architettura senza gli architetti o senza critica? O non è forse la critica che fa vivere l’architettura e riconosce gli architetti? La  posizione di Koolhaas è molto chiara, ma contiene ambiguità che non ha alcuna intenzione di chiarire, perché preferisce restare in un ambito oracolare e oscuro e lanciare provocazioni e inviti alla riflessione.

Ma se si azzera la presenza degli architetti, per tornare all’architettura bisogna rifarsi a quelli che lui chiama gli elementi dell’architettura. Non è un tema nuovo nella storia della modernità (che non nasce nel 1914 ma a metà dell'Ottocento), quando nel 1850 si costruisce a Londra il Crystal Palace, Gottfried Semper scrive il libro I quattro elementi per ricondurre agli elementi fondamentali da associare ad altrettanti comportamenti della società. E lo stesso fa Le Corbusier con la Maison Domino affermando che il telaio è l'elemento fondamentale a cui rifarsi. Ma nessuno di questi due personaggi – a differenza di Koolhaas – immaginava gli elementi al di fuori di un discorso complessivo dell’architettura.

Da ultimo, notando come giovani addetti spiegavano ai visitatori i vari aspetti esposti, ho pensato che se c’è bisogno di spiegare vuol dire che c’è un problema di comprensione. Perché se riduci l’ottica dell’architettura alla tecnicità dei materiali immagino che per il pubblico generalista le perplessità siano davvero grandi: come si riconnette l’evoluzione del muro con una visione più complessiva dell’architettura?”.

 

Luci e ombre

“Trovo molto positivo che al centro della Biennale ci sia finalmente la ricerca, le idee, le università” – esordisce Luca Molinari – e la mostra Elements ai Giardini mi ha entusiasmato, con alcune delle riflessioni particolarmente sorprendenti. È forse un modo eccessivamente positivista di affrontare l’architettura, ma sicuramente interessante. Deludente, invece Monditalia, a dispetto della qualità di alcuni relatori rilevo molto dilettantismo e anche superficialità: una stanca ripetizione di una cartolina dell'Italia superata da una realtà molto più complessa. C'è un modo diverso di raccontare l'Italia e ci sono ricerche in corso più interessanti. Ma non è la scelta di fondo che contesto è il risultato finale, forse perché è mancata una vera regia. Trovo comunque importante che per la prima volta siano state mescolate architettura con danza e cinema”.

La carrellata ai Giardini è invece valutata come elemento innovativo e di forte interesse: “Un bellissimo viaggio attraverso la storia del Novecento che apre finestre su un modo di vivere la modernità che non conoscevamo, grazie ad alcuni paesi, soprattutto i più piccoli. Più in generale questa è certamente una Biennale di ricerca ma non so se sia di prospettiva, nel senso di capire se ci porta da qualche parte. Probabilmente bisogna tornare a studiare, non tanto il linguaggio o lo stile, ma i processi e i nuovi racconti: questa Biennale dice che occasioni come queste devono essere un laboratorio e non una galleria del narcisismo degli architetti”.

Dopo un apprezzamento sincero sull'impostazione e l'allestimento del Padiglione Italia, Molinari si domanda: “Quale prospettiva ci propone? Mi sembra una mostra che guarda al passato e non credo che questo sia il destino dell'architettura italiana”.

È forse una Biennale che chiude un ciclo? “ È come se Koolhaas – risponde Molinari – per festeggiare i suoi settant'anni avesse deciso di essere lui il prescelto a chiudere il secolo scorso. Il punto è che la prossima Biennale deve essere affidata a curatori che costruiscano un laboratorio guardando avanti. Questo è il  regalo che  Koolhaas ci fa per il suo compleanno”.

Un giudizio più severo di quello di Antonino Saggio è difficile immaginarlo.“Sono entrato alla mostra curata da Koolhaas al Padiglione centrale dei Giardini di umore negativo che è diventato ottimo dopo la visita. Perché ho trovato esattamente l’opposto di quanto penso, è rinfrancante, anche se dovessi essere il solo a vederla così. Se c’è una disciplina del pensiero umano che è basata sulle sinergie e sulla combinazione degli elementi a un livello superiore questa è l’architettura: ridurla agli elementi fondamentali significa sezionarla sul tavolo anatomico per restituirne i pezzi al pubblico. Presentare balconi e scale senza relazionarli con lo spazio e le funzioni è anatomia, manca l’unità, è un’operazione cadaverica sul corpo dell’architettura. Si tratta dell’esatto opposto del concetto dell’architettura come arte del significato. Un’operazione negativa che esprime la posizione di Koolhaas con il suo cinismo nei confronti dell’architettura e delle sue prospettive. Mi chiedo poi come questa impostazione possa in qualche modo essere efficace dal punto di vista comunicativo per il grande pubblico: poiché è folle pensare che la Biennale sia terreno solo per gli addetti ai lavori  occorre anche porsi questo problema”.

Un giudizio netto che coinvolge tutto quanto è stato presentato? “No, non sono poche le operazioni che hanno accettato il confronto sul tema portando proposte interessanti. Penso alla Russia che ha giocato con l’idea della fiera – peraltro insita nell’impostazione kolasiana – con uno spunto carino. Penso alla serietà francese che, a partire dal racconto della convinzione nazionale, sull’intervento quantitativo, sulla prefabbricazione, sull’idea di città razionale poi mostra senza sconti una sorta di documentario dell’orrore causato da queste logiche. O al padiglione spagnolo dove l’affermazione di fondo è che i fondamentali risiedono nello spazio e lo mostrano, dalla sezione al modello tridimensionale.

E poi sono contento del lavoro di Cino Zucchi per il Padiglione Italiano, uno dei più belli della storia di questo sito. La ricetta è stata mettere insieme ingredienti semplici e buoni, con un curatore che è anche architetto e idee coerenti. Il tema è lineare, la nostra storia italiana è fatta di innesti, e viene mostrata con esempi rinfrancanti che ti fanno pensare che alla fine non siamo poi così male. E poi questa mostra è così chiara che anche il pubblico non specialista la può capire”.

 

 

Pillole dalla Laguna

 

di Maria Vittoria Capitanucci

 

Tra i corridoi dell’Arsenale e i vialetti dei Giardini brevi impressioni di personaggi del mondo del progetto. Che esprimono giudizi e lanciano idee.

 

Federico Bucci. Mi sembra una bellissima occasione per la cultura architettonica internazionale. Manca forse un po’ di audacia nell’architettura contemporanea, ne avremmo avuto bisogno. Ne parlo da storico, dal progetto di architettura ci si aspetta un’idea di futuro e fino a ora manca, ma spero alla fine del giro di potermi ricredere.

Marco Casamonti. Ho visitato al momento solo il Padiglione Italia di Cino Zucchi che trovo bellissimo perché si vede che c’è un architettura italiana di qualità,  che ci sono tanti architetti italiani:  la ricerca fatta da Cino, così come il suo allestimento, è molto bella specialmente nella parte che riguarda Milano. Se vogliamo sempre esercitare il diritto di critica, trovo di difficile comprensione la differenza tra rendering e architetture: su alcune istallazioni – tantissime molto belle – la virtualità è talmente spinta e ben fatta da non capire se un progetto è costruito o no. Un fatto che mi  crea un po’ di turbamento perché sono per il cantiere e la costruzione e, se ovviamente il progetto di architettura ha una sua autonomia dalla costruzione, questa comprova la qualità dell’opera: a volte si fatica a capire quale opera abbia superato questa prova.

Stefano Casciani .Trovo superflua la Biennale sugli elementi dell’architettura. Forse esiste un intento divulgativo pensando a mostre non per architetti, ma poiché penso che queste rassegne debbano essere destinate agli architetti allora trovo ridondante il padiglione centrale di Koolhaas. Bello l’allestimento del padiglione italiano, ma devo ancora vedere molto della mostra. In ogni caso mi sembra arrivato il momento dopo 14 anni di nominare un direttore italiano alla Biennale di architettura, dopo l’importante mostra curata da Fuksas.

Luisa Collina. È sempre un’occasione interessante e di arricchimento, ci sono padiglioni meglio riusciti e altri meno, alcuni in cui il progetto é chiaro e approfondito, altri più superficiali che vanno nella direzione della comunicazione e dello spettacolo.

Carlotta De Bevilacqua. Una Biennale sempre straordinaria che quest’anno in modo in particolare parla del futuro, prendendo spunto da elementi, da contaminazioni e da dinamiche diverse: sto imparando molto e mi fa riflettere. Mi ha colpito il padiglione italiano di Cino Zucchi, sono entusiasta perchè è straordinario nell’interpretare il futuro attraverso una sintesi geniale della nostra storia.

Odile Decq. Una Biennale reazionaria, bloccata e che assolutamente  non guarda al futuro. Tra i padiglioni più interessanti, curiosamente, direi quello italiano, ma anche una serie di nuovi padiglioni come quelli di Turchia, Macedonia, Iran dove c’è molta storia. Ma la storia dell’intero secolo, non solo dell’avanguardia e degli anni Sessanta/Settanta come per Koolhaas, della modernità in senso lato e di come essa abbia condotto e conduca verso il futuro.

Carlo Ducci. Quello che ho visto finora lo trovo decisamente interessante. La parte all’Arsenale, curata da Koolhaas,  mi sembra un po’ innervosente, forse era questo lo scopo, però mi ha fatto sentire fiero di essere italiano. Trovo poi eccezionale la chiusura con il Padiglione Italia, molto bello perché propone tanti livelli di lettura: una superficiale, una più approfondita.

Gabriele Mastrigli. È evidentemente una Biennale di ricerca più che di design, un aspetto interessante perché costringe gli architetti a fare un passo indietro rispetto al proprio ego e a riflettere di più sui temi di cui l’architettura, in generale, si occupa. Allo stesso tempo, riflettere significa un po’ ricominciare da zero, reimpostare il discorso dell’architettura su basi più solide di quelle che abbiamo avuto negli ultimi anni.

Francesco Moschini. La mostra di Koolhaas prevede la totale riduzione della presenza dell’architetto sul piano autoriale. Mi ero illuso che quando è stato lanciato il tema Fundamentals si pensasse al ritorno a una dimensione teorica, al progetto come concentrato teorico, che era la mia partenza fin da bambino: quella su cui ho costruito il sistema delle mie mostre, della mia collezione di disegni, della mia biblioteca, idea dei progetti a futura memoria. Invece Fundamentals per Koolhaas è un ritorno al vecchio sistema accademico italiano degli elementi costruttivi e compositivi del progetto. Il risultato è una mostra imbarazzante, una sorta di Cersaie dei poveri, catalogo generale della merceologia da utilizzare.  I rari sprazzi di bellezza visiva in qualche modo riconducono all’ idea ‘encicolpedica’ della Biennale d’arte dello scorso anno…in questo caso non scopriamo nemmeno cose rare. So che Koolhaas, con la sua intelligenza e furbizia, potrà avere ritorni strepitosi, soprattutto sui giovani, ma temo i  risultati. Trovo il Padiglione Italiano straordinario anche se con la pecca di tornare a concentrarsi su Milano e su localismi che già Tafuri aveva superato. In ogni caso l’allestimento è superbo. Il padilgione più bello è quello francese di Jean Luis Cohen perché davvero lavora sui fondamenti della storia dell’architettura francese dal 1914.

Sergey Nikitin. Una Biennale molto nostalgica perchè è un ritorno al futuro che è già un passato, al repertorio che è stato abbandonato, al lessico e alle idee che ormai sembrano irrealizzabili come le città giardino inglesi degli anni Settanta, all’architetto intellettuale che ormai non esiste più. Rem Koolhaas  non è mai  stato un pensatore o un grande autore di libri, ma un eccellente designer di mostre: dunque il suo padiglione è bellissimo, molto attraente, ma uscendo ci si chiede il perché di tutto questo. Grazie a Rem l’Italia ha visto una mostra di qualità degna del Victoria and Albert Museum ai Giardini di Venezia, si scopre la storia del bagno. Da un punto di vista di arte espositiva il suo lavoro è insuperabile, ma sul piano dell’idea generale mi pare che sia carente. Del resto non so se ci sia ancora un futuro per l’architettura nell’era digitale, solo pochi idealisti lo credono. In conclusione, in questa Biennale è come se sotto i nostri piedi avessimo molto materiale, come in un grande silos: potrebbe essere ottimo humus o letame, non so, ma credo che assomigli più a un grido finale che a una rinascita.