Lorenzo Bellicini

Il mercato delle costruzioni

Declino demografico, che fare? Aprire di più agli stranieri e far tornare i giovani italiani

di Lorenzo Bellicini - direttore Cresme

Nel 2015 la popolazione italiana ha inizato la sua fase di contrazione. Conclusa l’attività di verifica post-censuaria, la statistica demografica del nostro paese si è prima stabilizzata e poi ha avviato nel 2015 la nuova fase. Dopo il taglio dalle liste anagrafiche di 1,35 milioni di abitanti operato con le rilevazioni censuarie, l’attività di verifica fino al 2013 ha fatto registrare 1,35 milioni di abitanti in più, riportando il conteggio dei residenti ai livelli pre-censuari. Superata la fase di turbolenza, se il dato 2014 indicava una stabilizzazione (+0,02%), i 60.665.551 residenti del 2015 evidenziano una perdita di oltre 130mila abitanti (-0,2%).

Le statistiche demografiche mostrano con grande chiarezza che la fase espansiva che ha caratterizzato i primi anni 2000 si può ritenere ormai archiviata. Il dato 2015, confermando quanto già emerso nel 2014, indica che è iniziata una nuova stagione, caratterizzata da una bassa crescita a livello complessivo, che trova però riscontro in una forte differenziazione territoriale, in cui gioca un ruolo determinante l’attrattività economica dei territori e i conseguenti flussi migratori dalle aree deboli verso quelle più dinamiche.  Tra il 2001 e il 2013 la popolazione è cresciuta a un ritmo di 315mila residenti in più all’anno, un valore maggiore di quello degli anni Cinquanta (311mila) e di poco inferiore a quello degli anni Sessanta (351mila).

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Nel 2014 la crescita demografica si è indebolita nelle regioni del Centro-Nord, ma è passata in territorio negativo nel Mezzogiorno. Nel 2015, poi, il bilancio demografico è ulteriormente peggiorato: tutte le aree territoriali del paese hanno iniziato a perdere popolazione. 

Prende forma quindi uno scenario caratterizzato dall’aumento della componente anziana della popolazione, con nascite in calo e morti in crescita e un saldo naturale sempre più pesante (162mila morti in più dei nati nel 2015 contro i 96mila dell’anno precedente), ulteriormente aggravato da dinamiche territoriali che vedono lo spopolamento delle aree marginali e da sempre più consistenti flussi di giovani italiani che si trasferiscono dal Sud verso il Centro e il Nord, e dal Nord verso l’estero, tutti in cerca di lavoro.

La dinamica dei flussi migratori costituisce in questo contesto un fattore determinante nella definizione degli scenari futuri della popolazione, nel breve e non solo nel lungo periodo. Il problema è che questo flusso, così importante per le dinamiche della popolazione del nostro paese, con la crisi si è contratto. La pubblicazione degli ultimi dati di fonte anagrafica mostra nel 2014 e nel 2015 una sostanziale stabilizzazione del saldo migratorio della popolazione straniera intorno alle 200mila unità all’anno, è la metà di quanto accedeva nella media annua del periodo 2003-2010. La crisi ha ridotto di molto la capacità attrattiva del nostro paese.

Ma ancor più importante è quello che succede alla popolazione italiana e non tanto, come si è molto scritto, perché gli italiani, e soprattutto i giovani, sono tornati a emigrare all’estero. Infatti, i dati anagrafici descrivono nel periodo 2002-2015 una dinamica verso l’estero abbastanza costante: i picchi massimi superano di poco i 100mila emigrati all’anno, quelli minimi sono di poco inferiori ai 70mila. I massimi si toccano nel 2006, nel 2008, nel 2009, nel 2010, nel 2015 e si sfiorano nel 2003 e nel 2011. Il minimo si tocca nel 2012, con 68mila unità. Quindi la crisi non ha accentuato più di tanto il flusso di immigrati italiani verso l’estero.

Quello che invece è cambiato, quello che la crisi ha prodotto, è una forte riduzione degli italiani che tornano dall’estero in Italia. E qui, certo, incide la crisi. Nel 2002 gli italiani che rientravano nel nostro paese erano 133.240; nel periodo 2002-2007 il numero medio annuo delle iscrizioni di italiani dall’estero superava i 100mila ingressi. Tra 2008 e 2010 il numero  si riduce a 70/80mila all’anno; nel 2011 sono poco più di 50mila; nel quadriennio 2012-2015 sono solo circa 30mila. Gli italiani non ritornano più in Italia dopo essere stati all’estero.

Se le cose dovessero continuare così,  vale a dire bassa natalità, crescita dei morti dovuto all’invecchiamento strutturale della popolazione, saldi migratori degli italiani negativi, nel 2025, tra meno di 10 anni, l’Italia perderebbe, secondo le previsioni del CRESME,  quasi  2,4 milioni di abitanti italiani. La crescita della  popolazione straniera con i tassi degli ultimi anni (200mila persone all’anno in più tra quelle vengono e quelle che emigrano nel 2014 e nel 2015), non potrebbe invertire la curva di caduta della popolazione italiana: nel 2025, stando così le cose avremmo 1,9 milioni di abitanti in meno.