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Architettura industriale
e paesaggio

Progettare edifici dove si lavora significa conciliare una molteplicità di elementi. Il rapporto armonico con il paesaggio, il benessere di chi vive in questi spazi, la ricerca formale. Lasciando le porte aperte a punti di vista sempre nuovi

di Stefano Gri e Piero Zucchi, GEZA - Gri e Zucchi Architetti Associati

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Architettura industriale
e paesaggio

Progettare edifici dove si lavora significa conciliare una molteplicità di elementi. Il rapporto armonico con il paesaggio, il benessere di chi vive in questi spazi, la ricerca formale. Lasciando le porte aperte a punti di vista sempre nuovi

di Stefano Gri e Piero Zucchi, GEZA - Gri e Zucchi Architetti Associati

Nella pagina precedente: Piero Zucchi e Stefano Gri. Foto Elisa Mansutti

Attraversare l'Italia da est a ovest in autostrada, da Trieste a Torino, è una esperienza di percezione del paesaggio, composto da elementi naturali e costruiti. Gli occhi si riempiono di immagini, dominate da colline, montagne, campi, vigneti, tra le quali si inseriscono infrastrutture, città e soprattutto insediamenti produttivi.

Il libro del geografo Eugenio Turri La megalopoli padana descrive il paesaggio del nord Italia con grande chiarezza. Il suo sguardo mette insieme più scale di lettura. A grande scala identifica la “megalopoli triangolare”, formata da due direttrici lineari che partono da Torino, una verso il Veneto e il Friuli e l'altra verso le coste dell'Emilia Romagna; a scala più ravvicinata ci fa notare che “le ville che erano state la centralità del paesaggio veneto del passato ora sono state sostituite dal capannone, la nuova centralità che conta”.

L'insediamento industriale si manifesta nella nostra quotidianità con una presenza sparsa ma continua, sia come singoli oggetti sia come gruppi di edifici. Edifici per la produzione, uffici, magazzini, parcheggi si compongono in una serie di insediamenti molto specializzati e di grandi dimensioni. Eppure sembra che gli edifici industriali siano considerati estranei al paesaggio, difficilmente integrabili nel contesto, un “male necessario”.

Tali edifici obbediscono a un complesso di logiche interne di efficienza legata al processo produttivo, di resistenza, di economia. Sono regole apparentemente opposte, o comunque insensibili a quelle su cui si fonda il contesto che le accoglie, il paesaggio.

L'intervento di valorizzazione del paesaggio, infatti, tende all'armonizzarsi di condizioni specifiche e meno tangibili del luogo, solo in minima parte legate a criteri di efficienza e di economia.

Eppure in Italia non mancano esempi positivi di attenzione alla relazione fra architettura industriale e luogo – dalle intuizioni di Adriano Olivetti ai lavori di Gino Valle, al Chilometro Rosso di Jean Nouvel, solo per citarne alcuni. Questi edifici sono diventati rappresentativi per il territorio in cui si inseriscono, sia per la loro immagine simbolica (qualità dell'ambiente di lavoro e benessere sociale) sia per l'attenzione che chi li ha progettati ha riservato all'inserimento nel territorio.
 

Il rapporto tra architettura e natura

Può oggi il progetto dell'architettura industriale (la nuova centralità che conta) diventare lo spazio in cui operare per tenere insieme queste due logiche in tensione? Può l'edificio per la produzione, senza sacrificare la propria efficienza, diventare un contributo al paesaggio?

Questo è il punto chiave del lavoro che vogliamo svolgere. Il progetto per l'architettura industriale è una grande occasione per ripensare al binomio architettura/natura, rimettendo l'Uomo al centro.

L'architettura industriale può aggiungere valore al paesaggio, può evidenziarne caratteristiche prima nascoste, e può rafforzarne l'identità. Deve anche migliorare la qualità del luogo di lavoro, in cui molte persone ormai trascorrono più tempo che a casa. Per gli architetti è un tema naturale e indispensabile. Da affrontare alla scala giusta, anzi a più scale contemporaneamente.

È un tema complesso a cui Alejandro Aravena, curatore della recente Biennale di Venezia, aggiunge una chiave di lettura: “L'architettura si occupa di dare forma ai luoghi in cui viviamo”, ma la forma di questi luoghi è la conseguenza di un sistema di forze, di regole, interessi, economie e politiche che non sono necessariamente a favore: per migliorare la qualità dello spazio costruito, e conseguentemente della vita delle persone, bisogna combattere contro la banalità e la mediocrità, e per questo “L'architettura è chiamata a rispondere a più di una dimensione alla volta, integrando più settori invece di sceglierne uno o l'altro”.

Oltre a tenere assieme più dimensioni fisiche, dobbiamo tenere insieme anche più dimensioni sociali, culturali ed economiche. È un campo di intervento che ci chiede di ampliare la gamma delle tematiche a cui fornire risposte, oltre a quelle che già appartengono al nostro ambito. La risposta progettuale non può escludere né ignorare logiche ingegneristiche o economiche. Nello stesso tempo però può tendere alla astrazione formale, alle relazioni con il contesto non necessariamente contenute nel tema funzionale di partenza. Partendo dal basso, da un problema specifico e “prosaico” si può tendere a una dimensione astratta e intangibile, a una qualità poetica.
 

Leggere territorio e spazio interno

È un campo che permette di ragionare contemporaneamente sui processi produttivi e sul rapporto tra artificio e natura, sulle relazioni fra gli ambienti di lavoro e sul rapporto tra figura e sfondo.

Invece di realizzare una architettura autoreferenziale possiamo trascendere la semplice identificazione con un marchio o una funzione e trasformare invece il progetto in una connessione permanente con il paesaggio, rafforzando l'identità del luogo.

L'architettura diventa topografia, come in alcuni progetti di Álvaro Siza – la piscina di Leça da Palmeira – e soprattutto nei grandi lavori di Landart degli anni Sessanta-Settanta. I lavori di Michael Heizer, Robert Smithson e Richard Serra sono ancora la risposta più radicale alla ricerca di relazioni fra territorio e intervento umano a questa scala.

È quindi fondamentale cambiare costantemente punto di vista, senza escluderne alcuno. “Zoomare” con sguardo fotografico, cambiare costantemente obbiettivo serve a inquadrare scale diverse di ricerca, dal grande al piccolo e viceversa, senza mai fermarsi, fino alla fine del lavoro. Serve a non perdere di vista nessun passaggio, a guardare i volumi da fuori tenendo presente il controcampo, la vista di chi sta dentro. Il progetto deve leggere il territorio insieme allo spazio interno dell'ufficio.

La stessa profondità e passione investono quindi elementi diversi: dalle immagini del progetto che caratterizzeranno le viste dalla strada a 100 km all'ora fino ai dettagli dei serramenti che saranno utilizzati dalle persone ogni giorno. L'architettura riesce così a tenere insieme una idea di relazione critica con il contesto con la qualità tattile e artigianale delle cose che si toccano. È un processo progettuale utile a ridare centralità all'Uomo in tutte le logiche che compongono la produzione di un edificio.

È un lavoro complesso e divertente, l'architettura, con un fine importante, il miglioramento della qualità della vita delle persone, dai bisogni fisici primari alle condizioni più astratte della condizione umana, ricercando contemporaneamente “un infinito senza tempo”.

Da questa ricerca nessun campo di intervento può essere escluso.