Architettura
da festeggiare

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da festeggiare

La Festa dell’Architetto a Venezia è stata la cornice
per la premiazione dei vincitori dei Premi promossi dal Cnappc:
Architetto dell’anno, Giovane talento e Ri.U.So.
Un’occasione per confrontarsi sul ruolo della professione

di Pierluigi Mutti e Francesco Nariello foto Andrea Avezzù

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La Festa dell’Architetto a Venezia è stata la cornice
per la premiazione dei vincitori dei Premi promossi dal Cnappc:
Architetto dell’anno, Giovane talento e Ri.U.So.
Un’occasione per confrontarsi sul ruolo della professione

di Pierluigi Mutti e Francesco Nariello foto Andrea Avezzù

Nella pagina precedente: la Sala delle Colonne a Ca’ Giustinan dove si è svolta la Festa dell’Architetto

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Werner Tscholl, Architetto dell’anno 2016

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Werner Tscholl, Architetto dell’anno 2016

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Mirko Franzoso, Giovane Talento dell’Architettura Italiana 2016

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Mirko Franzoso, Giovane Talento dell’Architettura Italiana 2016

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Lillo Giglia, vincitore del Premio Ri.U.So. sezione A 

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Lillo Giglia, vincitore del Premio Ri.U.So. sezione A 

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I rappresentanti del Collettivo Spaziviolenti, Irene Cossu, Valerio Fogliati, Stefania Manzo, vincitore del Premio Ri.U.So. sezione B

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I rappresentanti del Collettivo Spaziviolenti, Irene Cossu, Valerio Fogliati, Stefania Manzo, vincitore del Premio Ri.U.So. sezione B

La quarta edizione della Festa dell’Architetto ha celebrato una intensa due giorni a Venezia nell’ambito della Biennale internazionale di Architettura che ha recentemente chiuso i battenti. Due le tappe di questa occasione di incontro: il 18 novembre a Ca’ Giustinian si sono svolte le premiazioni dei vincitori dei tre premi indetti dal Consiglio Nazionale degli Architetti PPC: Premio Architetto dell’anno, Premio Giovane Talento dell’Architettura Italiana e Premio Ri.U.So. Rigenerazione Urbana Sostenibile. Il giorno seguente, all’interno del Padiglione Italia alla Biennale, si è svolta la cerimonia di premiazione del concorso indetto dal MiBact e dal Cnappc per la riqualificazione di dieci aree periferiche italiane.

Questa connessione è molto importante perché collegare quanto di meglio è stato espresso dall’architettura italiana nel 2016 con un’iniziativa che mobilita gli enti locali e le energie progettuali finalizzati alla rigenerazione delle periferie rappresenta proprio il cuore dell’azione che la professione vuole e deve svolgere in sintonia con la società. È ormai un tema acquisito la necessità di intervenire sulle parti trascurate del tessuto urbano per dare nuova vita alle nostre città e lo si può fare con nuove realizzazioni, con ristrutturazioni tese a dare nuova vita all’edificato esistente e anche con interventi di ricucitura urbana che coinvolgano porzioni ampie e strategiche delle aree urbane. Le periferie certo, ma anche quelle parti di città non necessariamente collocate ai margini dei confini amministrativi ma che assumono una valenza ‘periferica’ in quanto caratterizzate da degrado e abbandono.

Questo dunque il forte significato dell’iniziativa veneziana che ha visto una vasta partecipazione di pubblico.

Per quanto riguarda i Premi promossi dal Cnappc L’Architetto ha fornito un ampio resoconto dei vincitori e dei progetti selezionati dalla giuria nello scorso numero di novembre, che è sempre comunque importante ricordare.
 

I vincitori

Per il Premio Architetto dell’anno 2016 è risultato vincitore Werner Tscholl, Laces (Bz) e una menzione speciale è stata assegnata a Franco Tagliabue e Ida Origgi, Ifdesign, Milano. Le menzioni sono andate ad Angelo Lunati e Giancarlo Floridi, Onsite Studio, Milano e a Stefano Pujatti, Studio Elastico, Chieri (To).

Mirko Franzoso, Cles (Tn), si è aggiudicato il Premio Giovane Talento dell’Architettura Italiana per Casa sociale a Caltron Cles (Tn). Menzione speciale a Giuseppe Diana, Dianarchitecture, Casapesenna (Ce), per Restart Museum a Casal di Principe. Mentre le menzioni sono state assegnate a Mario Cottone e Gregorio Indelicato, Studio Cottone+Indelicato Architetti, Sciacca (Ag), per Passerella nella Valle dei Templi di Agrigento; Marco Zuttioni e Luca Romagnoli, Modourbano, Milano, per Procaccini 17, edificio residenziale a Milano. 

Il Premio Ri.U.So. come sempre è composto di due sezioni: la A riservata agli architetti e la B a università, enti, fondazioni, associazioni. Nella sezione A ha vinto QUID vicololuna, capogruppo Lillo Giglia con Giorgio Parrino, Favara (Ag). Il secondo premio è andato a UPDATE#05 – A’ Funtana Abbascio, capogruppo Salvatore Carbone con Sara Omassi, Altavilla Irpinia (Av), il terzo a Città inclusive, capogruppo Alessio Dionigi Battistella con Diego Torriani e Luca Trabattoni, Hebron (Palestina).

Premio speciale della Giuria a Auditorium Lo Squero, capogruppo Fabrizio Cattaruzza con F. Millosevich, E. Magris, A. Croff, F. Gorin, S. Varagnolo, F. Vido, M. Rossetto, A. Kadouri, Venezia. Menzioni d’onore a: Due case, Raimondo Guidacci, Orsara di Puglia (Fg); Himmerland Housing Association departments 19 & 22, capogruppo Helle Weber con C.F. Møller Architects, C.F. Møller Landscape, Aalborg (Danimarca).

Nella sezione B il primo premio è andato al progetto Area colloqui all'aperto nel carcere di Torino proposto dal Collettivo Spaziviolenti (Valeria Bruni, Giulia Cerrato, Mauro Crescenzo, Irene Cossu, Dimitris Michele Daniele, Claudia Fioretti, Valerio Fogliati, Giulia Fulizio, Anna Gagliardi, Marta Grignani, Isabella Laura La Rocca, Stefania Manzo, Angelica Pasteris, Attilio Piano, Damiana Cosimina Rullo, Jacopo Scannapieco, Stefano Scavino, Martina Sciolis).

Secondo premio per Riattivazione del borgo di Gambatesa (Cb), capogruppo Felice Cerciello con Maria Pisaturo e terzo al progetto di Ricostruzione sostenibile per Aleppo: insediamenti informali, tesi di Elisa Vendemini e Rossella Villani, Iuav Venezia. Premio speciale della Giuria a BA020 Badolato 2020,capogruppo Isabella Sara Inti con Giulia Cantaluppi, Fabio De Ciechi, Carlo Gallelli, Matteo Persichino, Badolato (Cz). Menzione d’onore per Moduli sostenibili, capogruppo Luca Ferrari con Daniele Galassi, Cesena

I nomi degli autori dei dieci progetti scelti per essere realizzati nelle altrettante periferie sono stati, invece, svelati solo in occasione della premiazione veneziana. Ne diamo conto nei dettagli nell’articolo che segue in questo numero della rivista, con la presentazione delle tavole dei progetti e le immagini della premiazione.
 

Un’occasione per ragionare

Veniamo dunque alla giornata dedicata alla quarta edizione dei Premi e alle occasioni di riflessione che si sono sviluppate. Prima della consegna degli attestati si è svolta una tavola rotonda che ha focalizzato il ruolo dell’architetto e dell’architettura nella società di oggi, con tutte le connessioni e complessità che un tema del genere comporta. Ne hanno parlato, coordinati dalla consigliera nazionale Cnappc Alessandra Ferrari, Nicola Di Battista direttore di Domus, l’architetto portoghese Gonçalo Byrne, Simone Sfriso membro di TAMassociati e presidente della giuria dei premi, Saverio Mecca presidente della Conferenza universitaria italiana di architettura.

È stato quindi illustrato un percorso di progettazione interessante che vede il Consiglio nazionale promotore di un bando di concorso di progettazione per un edificio residenziale – in edilizia convenzionata – nell’area ex Falck di Sesto S. Giovanni (Milano). Un’iniziativa che vede il promotore immobiliare Milanosesto, con l’amministrazione comunale e l’organismo che rappresenta gli architetti italiani, puntare sullo strumento del concorso per promuovere qualità architettonica in un ambito di trasformazione strategica nell’area metropolitana milanese.

Il cuore della giornata è stato ovviamente il momento della premiazione. Una carrellata davvero ampia di progetti di varia natura, impostazione e dimensione, rappresentativi sul territorio nazionale del nord e del sud Italia, oltre a due proposte collocate fuori dai confini nazionali. Curiosamente tra i progetti prescelti, tranne un’eccezione, non erano presenti esempi realizzati nel centro Italia: difficile capire se è una casualità o lo specchio di un minore dinamismo sul doppio binario della committenza e della progettualità.

Ancora una volta si conferma la vitalità dell’architettura italiana che riesce a esprimere qualità a dispetto delle difficoltà economiche, amministrative, culturali, di gestione del territorio. Vedere tanti professionisti, molti dei quali decisamente giovani, esprimere idee valide e innovative e soprattutto entusiasmo per questo lavoro è senza dubbio incoraggiante.
 

Le parole dell’eccellenza

“Non basta la qualità architettonica di cui è capace il progettista, per un risultato di alto livello serve anche un bravo committente. Il binomio è inscindibile e alimenta reciprocamente le capacità e le aspirazioni dei due fattori. Una buona cultura della committenza aiuta noi architetti a realizzare i sogni dei nostri interlocutori”. Parla così Werner Tscholl, proclamato Architetto dell’anno 2016 per l’attività svolta prevalentemente nel suo Alto Adige. “È indubbiamente vero che l’architettura in Italia sta vivendo un periodo difficile, ma non c’è dubbio che molti giovani stanno esprimendo un buon livello di progettazione: allora credo che basterebbe qualche stimolo in più, una piccola spinta per tornare al livello che il nostro paese meriterebbe. Si sente la mancanza della committenza pubblica, ma l’esperienza dell’Alto Adige degli scorsi anni insegna che con una buona programmazione, concorsi pubblici e idee chiare si ottengono risultati interessanti: la qualità chiama qualità in una spirale virtuosa che aiuta tutti a crescere”.

“Onestamente non so se meritiamo questo premio, perché sono tanti i meritevoli di riconoscimento”, è l’approccio di Franco Tagliabue che con Ida Origgi dà vita allo studio milanese Ifdesign che ha meritato la menzione speciale della giuria del Premio Architetto dell’anno. E che ama definire loro attività progettuale caratterizzata da un profilo basso. “Basso da un lato per le condizioni del mercato che, combinate con l’elevato numero di professionisti in campo, impediscono di acquisire un volume significativo di lavoro, rispetto a molti altri paesi. C’è da dire però che proprio doversi muovere in condizioni così difficili fa emergere le vere qualità dei progettisti e quindi dei risultati realizzati. Ma dico profilo basso anche perché crediamo che l’architetto non debba enfatizzare troppo il linguaggio, il suo compito è cercare il cuore dei problemi per fornire un servizio. L’architettura è solo una parte dell’edificio, il resto nasce dalle persone che lo abitano, a noi spetta mettere a disposizione spazi corretti, adeguati e anche belli certamente, ma che servano effettivamente. È inutile rincorrere il gesto spettacolare che dopo qualche anno nessuno ricorda più. Preferiamo confrontarci con il committente sentendo la responsabilità di interpretare correttamente le loro esigenze, cercando però sempre di sperimentare soluzioni, in uno scambio fertile con le imprese nella ricerca di un linguaggio comune”.

L’approccio progettuale adottato da Stefano Pujatti, il progettista alla guida dello Studio Elastico di Chieri (To), che ha ottenuto una delle due menzioni assegnate nell’ambito del premio Architetto dell’anno, “si modifica, di volta in volta, anche in base alle esperienza assorbite nel corso del tempo. In generale – afferma l’architetto – cerchiamo di fare quello che più ci piace, senza dogmi, il nostro modo di progettare cambia sempre in funzione delle persone e degli interventi con cui ci confrontiamo. Lavoriamo, infatti, con committenze molto diverse, dai privati al pubblico, ma anche internazionali attraverso la sede del nostro studio a Toronto, in Canada”.

Ogni volta, continua Pujatti, “cerchiamo di occuparci di quanto in quel momento ci interessa in termini di ricerca: un soggetto, un oggetto, un tema viene indagato a fondo negli aspetti formali, sociali, antropologici o materiali. L’obiettivo dei nostri progetti è basarsi con le soluzioni proposte su quelli che – secondo il nostro punto di vista – sono i ‘sogni perversi’ dei committenti, scoprendo ciò che neanche loro sanno davvero di volere. Su questi spunti ci concentriamo e lavoriamo, tenendo conto della personalità del committente e del contesto fisico in cui l’opera sarà realizzata. Quello che ci interessa di più è la lettura del contesto mentale, più interessante e complesso di quello fisico”.

L’altra menzione decisa dalla giuria del Premio Architetto dell’anno è andata invece ad Angelo Lunati e Giancarlo Floridi, soci dello studio milanese Onsite (fondato nel 2006). “La nostra convinzione – spiega Lunati, che ha ritirato il premio a Venezia – è che ci siano due dimensioni, a volte diametralmente opposte, in cui un progettista si muove: quella strettamente professionale e quella della ricerca. Pensiamo che un progetto sia, dopo tutto, una ricerca. In questo senso i concorsi sono un momento molto importante nell’attività di un architetto, perché permettono di avere lo slancio e l’intensità necessari a definire progetti complessi, più ‘forti’ e in grado di attraversare le turbolenze delle diverse fasi di sviluppo, dall’idea alla realizzazione. I nostri lavori nascono spesso dai risultati di concorsi.

Uno dei nostri progetti che hanno attirato l’attenzione della giuria – continua l’architetto milanese – è un intervento realizzato a Milano in un contesto davvero speciale, non tanto per la vicinanza di edifici famosi come il Grattacielo Pirelli o la Stazione, quanto perché parte di un sistema architettonico complesso al quale hanno partecipato, dagli anni Trenta in poi, molti architetti che hanno creato uno spazio corale, dove ogni singolo ‘pezzo’ ha la sua energia ma allo stesso tempo è in grado di stare insieme agli altri. In un quadro in cui i valori dello spazio collettivo e della coralità risultano più forti rispetto agli atteggiamenti formalistici autonomi. Il nostro lavoro si è inserito in questo contesto attraverso la sostituzione edilizia di una parte di un immobile che si affaccia sulla piazza, ponendo il tema centrale di stabilire un dialogo con la parte restante e con gli altri edifici esistenti”.
 

I giovani emergenti

Integrazione nel contesto, identità e rielaborazione in chiave contemporanea sono i concetti alla base del modo di progettare di Mirko Franzoso, l’architetto che ha ricevuto il premio Giovane Talento dell’Architettura Italiana 2016 per il progetto della nuova Casa Sociale per l'abitato di Caltron a Cles, in provincia di Trento. “Si tratta, in sostanza, di un premio alla mia opera prima, anche per questo particolarmente inatteso – afferma l’architetto trentottenne – averlo ottenuto è il coronamento di un percorso impegnativo e complesso, come quello che spesso caratterizza la realizzazione di opere pubbliche”.

L’intervento premiato era stato già selezionato da TAMassociati tra i 20 lavori esposti nel Padiglione Italia alla Biennale di Venezia. “In linea con il tema del Padiglione Italia, Taking care – spiega Franzoso – il tentativo è stato quello di ‘prendersi cura’ non solo della realizzazione di un buon progetto, ma soprattutto di concepire un’opera importante per la comunità, con un forte valore identitario. Il progetto nasce ‘da e per’ lo specifico territorio in cui è collocato – il Trentino, nello specifico la Val di Non – nel senso che tutti gli elementi che lo compongono riprendono la cultura e l’identità del luogo. Allo stesso tempo è stato portato avanti il concetto di contemporaneità, con una rielaborazione delle forme e delle funzioni in chiave attuale. È un’opera nata insieme alla comunità, a partire dal confronto continuo con le persone del luogo, stimolando la loro partecipazione nello sviluppo del progetto architettonico. La forma, le dimensioni, i ritmi di pieni e vuoti sono stati ripresi dalla tradizione costruttiva locale, ma anche dal paesaggio circostante”.

Da sottolineare, infine, che il lavoro prende le mosse da un concorso di progettazione a inviti rivolto ad architetti under 35 (vinto nel 2012): “Un caso raro in Italia, anche se finora, nella mia carriera – rivela Franzoso – i concorsi hanno sempre rivestito un ruolo importante: li considero un buon viatico per trovare occasioni lavorative. Attualmente sto portando avanti un concorso di idee per la realizzazione di una piazza a Lignano Sabbiadoro”.

La capacità di raccontare il senso di rivalsa di una comunità, dando un nuovo senso a un luogo di sopraffazione mafiosa, è il punto di forza del progetto “Restart Museum a Casal di Principe”, realizzato da Dianarchitecture di Giuseppe Diana (Casapesenna, Ce), in partnership con RS-architettura, al quale è andata la menzione speciale per il premio Giovane Talento. “È stata una esperienza straordinaria – spiega Diana – nata dal progetto di ristrutturazione di una casa confiscata alla camorra, riacquisita dallo Stato e donata alla collettività. L’intervento è consistito in un’operazione di pulizia interna ed esterna dell’edificio. L’idea era cambiare volto alla villa, aprendo un nuovo capitolo ma, allo stesso tempo, lasciando intravedere quello che c’era sotto. Per questo abbiamo scelto di ‘imballare’ l’intero immobile, attraverso una soluzione ‘alla Christo’, con la classica rete rossa utilizzata per la recinzione dei cantieri, trasformandolo in un’installazione temporanea per l’allestimento della mostra che ha portato a Casal di Principe molte opere del Seicento napoletano, in prestito soprattutto dalla Galleria degli Uffizi di Firenze”.

Dietro il progetto, sottolinea il giovane progettista campano, c’è una fortissima valenza sociale: il desiderio di rivalsa di un’intera collettività che ha copartecipato alla progettazione e alla creazione dell’opera. “Ottanta giovani del territorio sono stati formati per custodire le opere d’arte e diventare ‘ambasciatori della rinascita’. Si è attivato un vero e proprio processo culturale attraverso la creazione di un luogo pubblico e la sua messa a disposizione per la comunità. In prospettiva stiamo lavorando all’ipotesi di costruire una nuova pelle per l’edificio, fatta di pannelli realizzati con la canapa intrecciata: una coltivazione tipica del territorio lavorata dagli studenti delle scuole del posto”.

Ad aggiudicarsi una menzione nella categoria dei giovani talenti dell’architettura è stato lo studio Modourbano (MU Associati Milano), di Marco Zuttioni e Luca Romagnoli, per l’intervento Procaccini 17 Milano, un edificio residenziale. “Si tratta del primo progetto a cui abbiamo lavorato e, allo stesso tempo, l’ultimo che abbiamo realizzato – raccontano i due progettisti – ci sono voluti cinque anni per concluderlo, complice la crisi che ha colpito duramente il settore, però ci ha insegnato a lavorare al meglio con le risorse a disposizione. Siamo riusciti a mantenere la qualità del progetto, adottando le soluzioni più adeguate, nonostante la diminuzione del budget e le interruzioni del processo legate a questioni burocratiche e problemi economici.

L’importanza dell’intervento, inoltre, è legata al fatto che ci ha permesso di confrontarci con il tema del residenziale, forse il più difficile banco di prova per un architetto: per la realizzazione di case, infatti, bisogna riuscire a mantenere il controllo sia dell’estetica che della parte prettamente funzionale. Abbiamo usato molto la pietra – continuano i soci dello studio milanese – cercando di contestualizzare l’opera all’interno del panorama cittadino, raccogliere alcuni spunti dal tessuto storico di Milano e dal contemporaneo degli ultimi 60 anni, che fanno parte del nostro background, da Caccia Dominioni a Ponti, fino a Zucchi. Si tratta della nostra opera manifesto per questa specifica tipologia di progetto e di clientela. Per il resto, lavoriamo molto con i clienti corporate: da circa tre anni, ad esempio, ci occupiamo di progettare e realizzare nuove filiali bancarie”.

Per Mario Cottone e Gregorio Indelicato, Studio Cottone+Indelicato Architetti di Sciacca (Agrigento) nato nel 2009, la menzione ottenuta ha invece riguardato la Passerella realizzata nella Valle dei Templi di Agrigento.  Un’opera, affermano i due architetti, “per noi esaltante sia per il contesto in cui è stata costruita – un ambiente bellissimo ma anche delicatissimo, a pochi metri dai resti delle colonne di Ercole – che per la sua importanza in termini di miglioramento nella fruizione turistica del parco archeologico, prima diviso dalla strada statale, e al quale abbiamo restituito unità nel percorso di visita. Ci è interessato sperimentare una tipologia di architettura monomaterica: abbiamo utilizzato il corten come materiale che potesse risolvere le esigenze di leggerezza, trasparenza, vibrazione della luce, essere cangiante e adattarsi al paesaggio circostante. Questo progetto ci ha consentito pienamente di sviluppare la nostra idea delle sequenze lineari, di un’architettura misurata e minimale, incentrata su pochi elementi, ma capace di esprimersi nella dinamica della luce e delle ombre.

“Siamo convinti – rimarcano Cottone e Indelicato – che non ci sia bisogno di una opera grande per raccontare qualcosa. Anzi, una piccola infrastruttura garantisce la massima libertà dal punto di vista compositivo. Soprattutto per un piccolo studio come il nostro che fa architettura in modo artigianale e, spesso, in economia: in questo senso la passerella nella Valle dei Templi è stato un successo. In generale, dedichiamo circa metà della nostra attività alla partecipazione a concorsi (anche la passerella è frutto di un concorso), nazionali e internazionali: nell’ultimo quadriennio ne abbiamo preparati circa cinque l’anno, ottenendo risultati incoraggianti. Siamo convinti che i concorsi siano occasioni fondamentali per ‘osare’ certe idee, sperimentare, esprimere appieno la creatività".

 

Rigenerare è il percorso virtuoso

Nasce nel profondo sud l’esperienza che ha generato l’intervento che ha vinto il primo premio nella Sezione A del Premio Ri.U.So. Rigenerazione Urbana Sostenibile: QUID vicololuna, un comparto urbano del centro storico di Favara (Ag). “È un intervento che va analizzato all’interno di un processo –racconta Lillo Giglia autore del progetto con Giorgio Parrino – che ha preso le mosse qualche anno fa a partire da una situazione di degrado e abbandono intrecciati con episodi di criminalità che avevano svuotato questo luogo. Grazie all’iniziativa del notaio Andrea Bartoli, a Favara si è avviato un percorso di rigenerazione progressiva che, a partire dalle iniziative culturali coagulate attorno al Farm Cultural Park, ha saputo riscattare i luoghi, coinvolgere gli abitanti, ridare speranza e prospettiva. Personalmente ho lavorato su una porzione di abitato portando a rinascere un giardino circondato da ruderi e una serie di spazi attorno al mio studio. Sono nati così ambiti che ospitano eventi culturali, attività commerciali diventando così luoghi di incontro e tra qualche anno avremo anche la sistemazione di alcuni alloggi da destinare a funzione ricettiva”. 

La chiave di tutto è il coinvolgimento degli abitanti che si sono riappropriati di luoghi che erano diventati estranei, ritrovando una identificazione andata perduta negli anni. “Attraverso l’architettura contemporanea – conclude Giglia – abbiamo ricreato un borgo dando concretezza a uno dei compiti dell’architettura, rispondere alle esigenze sociali”.

Di marginalità invece si occupa il progetto che si è aggiunto l’altro primo premio nominato all’interno del Premio Ri.U.So., quello per la Sezione B. E in particolare è dedicato allo spazio che per definizione nega l’apertura, il carcere. “Il progetto che abbiamo realizzato riguarda il carcere Lorusso Cotugno di Torino”, raccontano Irene Cossu, Valerio Fogliati, Stefania Manzo del Collettivo Spaziviolenti. “I progetti in realtà sono due, sponsorizzati dai Dipartimenti di Architettura e design del Politecnico e di Giurisprudenza di Torino, e affrontano la realtà del carcere che vede tutte le componenti presenti – detenuti, agenti di custodia, personale che vi lavora – vivere una sostanziale marginalità. Per migliorare le condizioni di vita di tutte queste persone abbiamo realizzato un’area riservata agli incontri tra i detenuti e le famiglie e un’altra dedicata al relax degli agenti penitenziari e il personale impiegato. I due spazi sono stati inaugurati lo scorso giugno e sono il frutto di un lavoro partito dal presupposto dell’autodeterminazione degli spazi: detenuti e studenti hanno lavorato insieme integrando le competenze e stimolando un percorso di autocostruzione positivo anche perché stimola a prendersi cura degli spazi e delle attività, contribuendo a costruire prospettive di vita oltre il carcere”.

Importante anche l’utilizzo di materiali già esistenti in loco, scarti di cantiere e altro che sono stati riutilizzati, accanto alle altre strutture invece acquistate – soprattutto legno di larice e ombreggianti – con i fondi della progettualità studentesca reperito con la vittoria di un bando. “È importante infine ricordare – raccontano i membri del collettivo – la collaborazione con le associazioni che operano all’interno del carcere: gli operatori del vivaio hanno lavorato per la piantumazione, mentre l’associazione Sapere plurale con l’artista Fulvio Lupari hanno realizzato assieme alle detenute le strutture ombreggianti delle postazioni colloqui”

L’esperienza di Spaziviolenti continua oggi nell’Associazione Artieri, animata da alcuni membri del collettivo, che intende approfondire le tematiche affrontate in contesti affini.