Cinquant’anni
di architettura

Cinquant’anni
di architettura

Una mostra alla Triennale propone un racconto
del progetto italiano dal dopoguerra al Duemila.
Con diverse chiavi di interpretazione

di Sebastiano Brandolini

Cinquant’anni
di architettura

Cinquant’anni
di architettura

Una mostra alla Triennale propone un racconto
del progetto italiano dal dopoguerra al Duemila.
Con diverse chiavi di interpretazione

di Sebastiano Brandolini

Nella pagina precedente: lo spazio che introduce il tema del design ©Gianluca Di Ioia

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Uno scorcio dall'alto dello spazio che presenta i plastici di alcuni significatvi progetti. ©Gianluca Di Ioia

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Uno scorcio dall'alto dello spazio che presenta i plastici di alcuni significatvi progetti. ©Gianluca Di Ioia

Curata da Alberto Ferlenga e Marco Biraghi, la mostra “Comunità Italia” – in programma alla Triennale di Milano fino al 6 marzo – tratta l’architettura italiana dal 1945 a oggi; il titolo lascia trasparire il significato collettivo e sociale che viene attribuito all’architettura, legata alle importanti trasformazioni (demografiche, economiche e territoriali) del nostro paese. È una mostra ambiziosa che avrebbe meritato più spazio e discorsività, troppo compressa data la complessità e poliedricità del tema.

Mi sono chiesto perché la mostra non sia stata fatta durante l’Expo, quando da Milano sono passati milioni di visitatori, perché l’architettura moderna italiana, va detto, è ancora poco nota, soprattutto all’estero. Se è vero che hanno raggiunto notorietà internazionale alcune figure singole, per esempio Ponti, Scarpa e Mollino, nell’insieme rimane difficile spiegare l’impermeabilità dell’architettura di quegli anni rispetto alla scena internazionale: i suoi legami con l’artigianato, l’importanza del restauro e della conservazione, il ruolo subalterno della tecnologia, l’importanza attribuita alla teoria e alla tipologia.

La mostra si articola in più sezioni, ciascuna delle quali si presenta come una sotto-mostra: le pubblicazioni e gli archivi, la fotografia, il design, il rilievo urbano e la città, i piani regolatori, la quadreria e la rappresentazione, i modelli, la trasformazione del paese. Mi spiega Alberto Ferlenga: “Il nostro intento principale è stato rendere evidente una grande ricchezza e varietà che smonta quell'idea di poche linee dominanti e di coerenze che è stata restituita da visioni molto spesso ideologizzate e parziali”.

È assente una sezione che riguardi nello specifico le architetture costruite; all’interno di diverse sezioni sono sì esposti, per esempio, un bel plastico scoperchiabile del Tesoro di San Lorenzo a Genova realizzato da Franco Albini e una fotografia in costruzione del Grattacielo Pirelli a Milano realizzato da Gio Ponti (ambedue di fine anni Cinquanta), ma le due opere non vengono mai, insieme a tante altre, approfondite oltre. Per il profano, il giovane studente o la persona colta ma non-architetto non vengono mai scelti e spiegati i capisaldi e le particolarità delle opere fondamentali dell’architettura italiana degli ultimi cinquant’anni.

Gran parte delle opere costruite sono alla fine raccontate da 120 album A4 disposti su lunghi scaffali alla base di molte pareti espositive, ma questi faticano a dialogare tra di loro visivamente, temporalmente, tipologicamente e stilisticamente. Ferlenga spiega: “Questi album privilegiano l'architettura costruita e tra questi si possono trovare vere e proprie riscoperte, per esempio Taglietti, Bianco, Bini, Montini, Valenti, Ponis”. Nonostante l’esiguità di spazio, si è scelto di dedicare una sezione anche al design; il catalogo è un volume principalmente di testi.

Nonostante il meritevole sforzo di trattare il tema “Comunità Italia. Architettura, città e paesaggio dal dopoguerra al Duemila” non da un punto di vista cronologico e scolastico ma da uno di attualità e di problematicità, e quindi di sparigliare le carte, a farne veramente le spese è l’architettura stessa, sacrificata a favore della sua rappresentazione (illustrazioni, plastici, riviste) fino quasi a scomparire. Nell’insieme, per essere più comunicativa ed empatica verso gli straordinari edifici realizzati in Italia tra il ‘45 e il ‘68 la mostra avrebbe potuto utilizzare più fotografie e più disegni (piante e sezioni) e collegare le diverse sotto-mostre così da creare un continuum.

La sotto-mostra (nella parte semi-circolare del piano terra del Palazzo dell’Arte) di maggior effetto è quella dedicata ai modelli originali, con un allestimento molto scenografico. Alcuni modelli sono veri e propri oggetti del desiderio, attraverso i quali si intuisce lo stretto rapporto di parentela che certi architetti coltivavano nei confronti delle arti visive e dell’utopia: per esempio, quello organico e materico di bronzo di Michelucci della Chiesa dell’Autostrada a Firenze del 1964, quello lineare e minimalista bianco di Gregotti dell’Università della Calabria a Cosenza del 1977 e quello prezioso e ricamato di Albini della Rinascente a Roma del 1957.

Anche la quadreria seduce e ammalia: illustrazioni, prospettive, assonometrie e collage (tra cui “La città analoga” di Aldo Rossi del 1976), la cui bellezza e poesia si sono purtroppo spesso rivelate negli anni inversamente proporzionali rispetto alla pazienza e all’attenzione che tanti architetti hanno dedicato ai propri cantieri.

La prima sala, appena entrati, è dedicata alla pubblicistica, una realtà italiana merito di molti editori distribuiti sul territorio che hanno prodotto e oggi continuano a produrre idee, collane, libri e poi periodici, mensili e trimestrali che quasi sempre vanno ben oltre la mera informazione. È, questa, una cifra peculiare e importante del nostro paese, che i due curatori hanno giustamente portato in evidenza; infatti, l’apporto teorico e il dibattito che l’Italia ha generato nel dopoguerra rispetto alla “messa in crisi” del modernismo e alla “apertura” di nuove possibili strade da percorrere sono ancora oggi di fondamentale e internazionale importanza, perché non ancora del tutto esauriti.

Anche per questo “Comunità Italia” va visitata, assorbita e discussa; vorrei pensare che sia soltanto la prima di una serie di mostre sull’argomento.