Architettura
per l’umanità

Architettura
per l’umanità

Le scelte professionali ed etiche
di Cameron Sinclair
per progettare e realizzare edifici
per le grandi moltitudini
in povertà nel Pianeta

di Antonino Saggio

Architettura
per l’umanità

Architettura
per l’umanità

Le scelte professionali ed etiche
di Cameron Sinclair
per progettare e realizzare edifici
per le grandi moltitudini
in povertà nel Pianeta

di Antonino Saggio

Nella pagina precedente: Cameron Sinclair

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La costruzione di edifici per il campo profughi di Za'atari, in Giordania

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La costruzione di edifici per il campo profughi di Za'atari, in Giordania

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La costruzione di edifici per il campo profughi di Za'atari, in Giordania

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La costruzione di edifici per il campo profughi di Za'atari, in Giordania

Almeno da quando Frederich Engels pubblicò nel 1887 La Questione delle Abitazioni il tema dell’abitare e delle condizioni di vita dei meno abbienti è diventato un tema della ricerca dell’architettura. Anzi, in tutta la strategia del funzionalismo la questione delle abitazioni era il tema prevalente: era la cartina al tornasole che dimostrava il nuovo status dell’architettura e degli architetti. Uno status che si allontanava, anzi rifuggiva i temi tradizionali, monumentali e celebrativi per affrontare le crisi del mondo industriale contemporaneo e dell’architettura sociale.

Si ricorderà per esempio il famoso disegno di Le Corbusier della Casa a struttura in cemento del 1914, in cui il giovane architetto proponeva il rivoluzionario scheletro in cemento armato per costruire dopo le distruzioni della prima guerra mondiale.

Il tema dell’abitare per le classi operaie inurbate ha generato un filone molto ampio di studi in cui le parole chiave come l’existenzminimum di matrice tedesca (il minimo standard per un abitare sufficiente) o il tema della kommunalka (la casa con servizi comuni integrati) diffuso dopo la rivoluzione russa del 1917 o il tipo delle Höfe (complessi residenziali a corte con spazi collettivi e servizi) della socialdemocrazia viennese erano diffusi. Nel secondo dopoguerra la ricostruzione post bellica si innesta sui principi della Carta d’Atene (lo zoning, lo standard omogeneo dal punto di vista igienico, l’indipendenza dei traffici, lo spazio pubblico continuo) e si afferma con successi e fallimenti, con avanzamenti importanti e limiti, soprattutto nella capacità di creare efficaci ambienti urbani.

Nella grande esplosione del successo dell’architettura nel mondo post industriale e post moderno, a partire degli anni Novanta del Novecento, il tema sociale è diventato progressivamente meno importante. Un poco perché l’emergenza nelle opulente città occidentali sembrava terminata e un poco perché la città dell’informazione sempre più era interessata a nuovi temi, i musei, le stazioni, gli aeroporti, i centri commerciali eccetera.

Ma se si allarga lo sguardo dal mondo avanzato occidentale al globo nel suo insieme la questione cambia completamente.
 

Nascono opportunità

Esodi di massa, immense bidonville agganciate alle città del cemento, la povertà diffusa nei tre quarti del pianeta per non parlare dei picchi di crisi come i disastri naturali o i drammatici episodi di migrazioni per guerre spingono a ricominciare a pensare questi temi. E a vederli come grandissime opportunità invece che semplicemente come crisi.

Sono gli argomenti cui invita a riflettere tra gli altri Cameron Sinclair, un architetto oggi 42enne ma che da vent’anni lavora su questi argomenti. Abbiamo avuto Sinclair a una conferenza al nostro Dottorato di Architettura Teoria e Progetto alla Sapienza. Sinclair era a Roma per una quattro giorni di lavoro presso la Santa Sede sul tema “Ospedali per bambini” nel mondo. Era tra pochissimi architetti invitati e grazie ai due nostri docenti, gli architetti Nicoletta Trasi e Maria Teresa Cutrì, siamo riusciti ad averlo con noi per alcune ore.
 

Alcuni aspetti della sua filosofia vale la pena sottolineare.

Il primo è ovviamente la magnitudo del problema e dei temi da affrontare.  Parliamo di un enorme mercato della povertà che ha bisogno di architettura, non nel senso di gratuita invenzione, ma al contrario nel senso di invenzione nei materiali, nelle tecniche, negli spazi, nell’educazione delle maestranze locali, nell’adesione di progettisti che sono in fila per uno sharing di architettura di un misero 3 per cento nel mondo sviluppato a fronte di enorme necessità nel resto del pianeta.

Il londinese Sinclair, che proviene da una famiglia povera, come spesso ha sottolineato nella conferenza, ha inventato un processo che in una società come quella americana è stato facilitato culturalmente e operativamente. Ci ha raccontato che, all'inizio della sua attività vent’anni fa, il giorno era impiegato a New York in uno studio professionale di architettura e alla sera lavorava alla creazione di “Architecture for Humanity” insieme a Kate Stohr. Si tratta di società non profit per affrontare questi temi che oggi ha generato “Small works”. Ci ha mostrato il suo cellulare per sottolineare che è il suo strumento principe e tanti sappiamo delle società nate da un Blackberry dentro un café statunitense. Sottolineiamo che si tratta anche di lavoro per gli architetti: non è una opera filantropica, è applicare la professionalità dei progettisti a temi veri, emergenti enormemente diffusi nel mondo (leggi).
 

Ospedali, case e scuole

Cameron è riuscito, pezzo dopo pezzo, a mettere insieme fondi, per lo più da charity – società di fondi con scopi sociali e umanitari, che il sistema americano di tassazione facilita – e ha assoldato architetti volenterosi di sperimentare sul campo la costruzione in progetti di grande necessità. Il suo caso venne a conoscenza di TED – Technology Entertainment Design, la ben nota organizzazione di conferenze pubbliche – e la sua lecture sul tema ebbe tanto successo da attribuirgli addirittura il premio come miglior talk nel 2006.

Così nascono i tanti progetti in tutto il mondo per ospedali, scuole, servizi e case, spesso ingegnosamente costruiti a prezzi inferiori alla norma e che hanno anche un tasso estetico molto interessante.

Cameron Sinclair spingeva il pubblico della nostra sala ad agire. Rifletteva che gli architetti sempre parlano tra loro invece di confrontarsi direttamente con i problemi e i possibili committenti, invitava al coraggio di andare dove il lavoro c’è, a sperimentare e a fare.

Uno di questi progetti per un ricovero temporaneo era stato studiato a lungo per Lampedusa e l’emergenza immigrazione. Non ci sorprendiamo che nell’Italia dei mille no non sia stato realizzato, ma si è costruito in Giordania e una azienda italiana di ponteggi – la friulana Pilosio – ha fornito un importante contributo.