Musica e spazio
Un rapporto secolare

Musica e spazio
Un rapporto secolare

La mostra di Hou Hanru "Open Museum Open City"
indaga il rapporto tra il suono e il vuoto-pieno che ci circonda
e nel quale viviamo

di Antonino Saggio

Musica e spazio
Un rapporto secolare

Musica e spazio
Un rapporto secolare

La mostra di Hou Hanru "Open Museum Open City"
indaga il rapporto tra il suono e il vuoto-pieno che ci circonda
e nel quale viviamo

di Antonino Saggio

Nella pagina precedente: Jean-Baptiste Ganne
El Ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha, 2005-2014
installazione luminosa MAXXI
foto Musacchio Ianniello, courtesy Fondazione MAXXI

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Philippe Rahm, Sublimated music, 2014

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Philippe Rahm, Sublimated music, 2014

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Justin Bennett, Oracle 2.0, 2014

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Justin Bennett, Oracle 2.0, 2014

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Justin Bennett, Hyper- Forum, 2014

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Justin Bennett, Hyper- Forum, 2014

Open Museum Open City, l’ultima grande mostra al MAXXI di Roma, indaga il rapporto tra suono e spazio. Gli architetti sono tradizionalmente abituati a pensare in termini visuali e non sonori perché si muovono d’abitudine in una concezione in cui lo spazio è un vuoto in cui collocare degli oggetti che a loro volta catturando, sagomando, incorporando il vuoto lo rendono espressivo, ma anche funzionale. Ma questa mostra tende a ribaltare il concetto, lo spazio che indaga non è solo un vuoto ma, investito da onde sonore, tende a diventare concettualmente un pieno che può essere attivato dal suono e per estensione anche da tanti altri campi che lo riempiono (i campi magnetici, quelli elettrici, le onde wifi eccetera).

Molte ricerche di avanguardia, anche in architettura, si muovono in sintonia con questa mostra verso un’idea di spazio come fosse un tutto pieno, un tutto materiale. D’altronde è questa la concezione che passa nella scienza contemporanea sino alla gravità quantistica studiata e diffusa, per esempio, da Carlo Rovelli (La realtà non è come ci appare, Cortina editore 2014). Apparentemente si tratta di fatti remoti dalla operatività specifica, ma bisogna sempre ricordare che oggi questi campi invisibili sono attivabili, praticabili anche dentro l’architettura via la grande rivoluzione dell’informatica, dei sensori, delle nanotecnologie. Ne abbiamo già trattato qui in un articolo precedente (leggi qui).
 

Suggestioni stimolanti

L’idea del curatore Hou Hanru è usare il grande museo di Zaha Hadid come vuoto, come cassa armonica in cui aprire un discorso sul suono e l’architettura. La mostra propone una serie di importanti interventi di artisti e affianca a queste presenze una serie di numerosi e a volte molto interessanti tentativi di aperture alle scuole, alla città, ad associazioni: da cui, appunto, il titolo “Open museum Open city”, come se questi canali sonori si riverberassero fuori e dentro il museo. Una bella opera in questa chiave è quella di Bill Fontana che tra interno ed esterno del museo ci fa sentire la vera musica mundana (la chiamva così anche Jean Jacques Rousseau che la contrapponeva a quella humana composta dagli uomini) del gorgoglio delle fontane romane. È questo una sorta di suono primigenio, una sorta di suono dell’imprinting per i bambini di Roma.

Un’altra musica iper mundana, anche se tutta macchinica, in questo caso è quella di Haroon Mirza che porta dentro il museo i rumori appena fuori sulla strada. Il visitatore sta protetto e “attento” dentro al museo, vede da un’asola gli edifici della strada in silenzio davanti a sé, ma sente negli altoparlanti nel museo i rumori del traffico, il passaggio di un motorino, due amici che parlano, e tutto diventa così estetizzato e trasformato in informazione pertinente estratta dal flusso caotico edinfinito di eventi della vita e del mondo.

Nella stessa chiave è il lavoro di Justin Bennett che preregistra suoni e voci di Roma e li trasmette in una sorta di forum sonoro. Molto affascinante, ma forse un poco fuori tema, è senza dubbio la scelta di Jean-Baptiste Ganne, che invece del suono usa il sllenzio e la luce, per celebrare lo sperimentalismo indipendente dell’artista. Per la natura piena dello spazio bisogna riferirsi a Ryoji Ikeda che ha trasformato la sua ampia sala in un ambiente sensibile, in cui suona la nota ‘La’ il diapason “nelle sue differenze di frequenza e, allo stesso tempo, nel suo essere riferimento stabile per l’intonazione occidentale. Il La è all’origine del suono e diventa, metaforicamente, l’origine di tutte le cose, del mondo” si legge nell’interessante catalogo. Giusta l’intenzione, poco convincente l’esito.
 

Architettura atmosferica

Importante soffermarci invece sul lavoro di Philippe Rahm qui al MAXXI, non solo perché è sicuramente una tra le opere che hanno maggiormente interessato il pubblico, ma anche perché, essendo Rahm stesso un architetto, è quello che illustra meglio quanto dicevamo in apertura sul concetti di spazio pieno e materiale.

Due notizie su Rahm credo siano utili. Philippe, nato nel 1967, appartiene a quella generazione che ha cominciato a interessarsi sin dagli anni Novanta alla presenza dell’informatica nell’architettura. Ha operato sino al 2004 con Jean-Gilles Décosterd,tra l’altro è in comune volume anche in italiano Architettura fisiologica del 2002. Ormai da più di un decennio in proprio, ha affermato una concezione che definisce Architettura Atmosferica. Per Rahm l’architettura di oggi deve costruire una atmosfera, ma primariamente Rahm intende questa atmosfera in senso proprio. Gioca costituzionalmente con fatti non visibili – l’aria, il calore, l’umidità – e gli applica i principi a loro propri, la convezione, l’evaporazione, la conduzione eccetera: a partire da questi principi così diversi dagli elementi tradizionali del progetto, ricompone una idea di architettura. Per esempio, se lavora sulle temperature richieste in una casa mette gli ambienti che hanno bisogno di più calore in alto riorganizzando una sezione fluida, ma su un principio raramente considerato. Se lavora su parco urbano (come sta facendo dopo aver vinto un concorso a Taiwan) antepone il comportamento climatico a quelli visuali.

Ma Rahm naturalmente ricrea non solo tecnicamente un’atmosfera climatica, crea anche un’atmosfera metaforica, allusiva nel suo lavoro e in questo caso al MAXXI ve ne è stato un ottimo esempio.

Come spesso avviene nei processi di innovazione, sostiene Rahm, bisogna tornare indietro e ragionare sugli elementi particolari, sugli atomi, sulle molecole, sugli elettroni, per trovarne una diversa forma. In questa occasione prende un brano musicale di Debussy e lo atomizza: invece di pensarlo come fatto continuo lungo la barra del tempo, lo divide in atomi elementari. Queste note atomizzate riempiono lo spazio della sala in associazione a effetti luminosi e fanno immergere lo spettatore in una dimensione non solo percettiva ma cognitiva. Lo spazio è un pieno, forse qui immersi cominciamo a pensare come progettarlo e improvvisamente ripensiamo all’eco come presenza che misura e suona lo spazio.

Ma, tornando agli atomi, anche Bach pensava alla Monadi di Leibniz creando le sue fughe, una delle più acclamate costruzioni spaziali con il suono, giusto? Insomma il grande eterno tema musica-spazio è indagato da secoli e ogni tema va ripensato da ogni nuova generazione con la propria visione del mondo, con la propria scienza e con i propri strumenti.