Il paesaggio di Zaha

Il paesaggio di Zaha

Un profilo appassionato di Zaha Hadid per raccontare il segno
profondo che ha lasciato nella storia recente dell’architettura

di Antonino Saggio

Il paesaggio di Zaha

Il paesaggio di Zaha

Un profilo appassionato di Zaha Hadid per raccontare il segno
profondo che ha lasciato nella storia recente dell’architettura

di Antonino Saggio

Nella pagina precedente: Zaha Hadid. Foto Brigitte Lacombe

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il progetto The Peak, Hong Kong

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il progetto The Peak, Hong Kong

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Haydar Aliyev Center, Baku. Foto Helene Binet

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Haydar Aliyev Center, Baku. Foto Helene Binet

Rem Koohlaas è stato un grande amico di Zaha Hadid e in una intervista ha detto una cosa necessaria: “Zaha è stata la prima persona araba che ho conosciuto bene e da quel momento ho sviluppato ammirazione e sensibilità per il mondo arabo. Penso che nei necrologi il suo versante arabo sia stato pochissimo messo in rilievo e comunque in genere completamente sotto stimato. È veramente strano: è come se chi li ha scritti parlasse di un architetto britannico, ma è vero esattamente il contrario”.

Sono in sintonia: l’origine irachena è una chiave importante e sottostimata nell’opera di Zaha Hadid. Per farlo capire mi voglio appoggiare a una seconda citazione che è di Colin Ward, architetto e autore inglese del tutto sui generis. Ward ha scritto: “Dietro a tutte le nostre attività intenzionali, dietro al nostro mondo domestico, c’è questo paesaggio ideale acquisito durante l’infanzia. Esso attraversa la nostra memoria selettiva e autocensurata, come un mito e un idillio di come le cose dovrebbero essere, il paradiso perduto da riconquistare”.

Per mettere insieme le due citazioni dobbiamo ricorrere a Konard Lorenz che, studiando il comportamento animale, spiega come in alcune fasi iniziali della vita si determinano delle strutture mentali che conformeranno la vita adulta. Lo chiama imprinting.

Ora, esiste un imprinting anche per il pensiero creativo, oltre che nello sviluppo di alcuni comportamenti della sfera psicologica e cognitiva?

Possiamo sostenere che spesso in chi ha la fortuna di sviluppare delle pratiche creative esiste quel “paesaggio ideale acquisito nell’infanzia” che poi viene continuamente riproposto in tutte le ibridazioni con la realtà come una sorta “di mito e un idillio di come le cose dovrebbero essere”?

Ebbene il caso della Hadid credo sia illuminante in proposito.

Come è ben noto, Zaha Hadid proviene da una famiglia irachena importante, con un padre imprenditore illuminato e attivo nei processi di democratizzazione del paese e una madre altolocata e artista.  Nel suo paese ha passato la prima infanzia per poi trasferirsi a studiare all’estero. A 22 anni è studentessa della Architectural Association di Londra e da li comincia il suo percorso: è consacrata come una dei più importanti architetti della nuova generazione nella mostra del 1998 “Deconstructivist Architecture” al Moma di New York, ma in realtà il salto è di cinque anni prima. Il progetto cui ci riferiamo, che equivale per il mondo dell’architettura alla scoperta di una nuova strada, è il concorso The Peak a Hong Kong in cui si afferma nel 1983.

La Hadid in questo progetto fa compiere un autentico salto in avanti all’architettura perché, per la prima volta con questa chiarezza ed evidenza, si inverte la relazione 'figura sfondo' della tradizione modernista. “Il gioco sapiente dei volumi sotto la luce” di Le Corbusier è ribaltato. Il dibattito post modernista in architettura, a cominciare dalla metà degli anni Settanta, aveva messo in crisi diversi assunti su cui la tradizione del funzionalismo si affermava, perché al centro aveva posto il concetto di contesto. Il contesto di norma veniva declinato con una tendenza alla inclusività (mimetica, revivalista o populista a seconda dei casi e dei personaggi).

Sul fronte opposto vi erano pochi architetti che lavoravano sempre sul contesto, ma in maniera del tutto diversa. Per esempio Frank Gehry scoprì un contesto rimosso e periferico che gli derivava dalla ala dura della pop art americana e che lui chiamò Cheapscape, paesaggio povero e residuale. Anche Peter Eisenman lavorava in quegli anni sul concetto di contesto attraverso uno strumento concettuale nuovo: il palinsesto. Sovrapponeva le mappe storiche che si erano stratificate in un’area per scovare tracce dimenticate, giaciture rimosse che faceva letteralmente riemergere dal passato e che conformavano i suoi progetti.

Ma la Hadid ha negli occhi il paesaggio della sua terra e del deserto, dove le forme sono sempre mutabili, dove una valle, una duna, una collina fa sempre parte di un tutt’uno unitario.

È anche la Mesopotamia del Tigri e dell’Eufrate che aprono estuari e si intrecciano con la sabbia e le dune e le rive. Sono le tessiture infinite dei pattern dei tappeti e delle stuoie che si proiettano magicamente nelle volte delle Moschee. Questo è il suo paesaggio, quello delle tessiture e quello allo stesso tempo di un rapporto intrecciato tra diverse componenti che formano l’immagine e sono anche mobili, sono ...rinegoziabili, con una parola che diventerà importante.

Ecco allora che Hadid dipinge e dipinge quadri e disegni semplicemente meravigliosi, in cui queste forme sono come sciami intrecciati continuamente, parlanti e danzanti gli uni con gli altri. Il pensiero pittorico è opposto a quello di Mondrian o del purismo lecorbuseriano. Non oggetti che si stagliano su uno sfondo, ma sfondo e immagine che stanno insieme. Naturalmente Paul Klee è un ineludibile confronto.

Ma, come tutti i grandi artisti, Hadid si crea un problema apparentemente assurdo. Come combinare questo suo paesaggio ideale dell’infanzia perduta con una estetica volutamente fatta di pezzi stridenti, autonomi, violenti? Come combinare i fiumi che si mescolano alla terre, alle trame di Klee con  le macchine stridenti di Malevič e dei costruttivismo sovietico che rimbalzano tra i giovani docenti della Architectural Association?

Una ibridazione impensabile, giusto? Ma l’arte è ciò che affronta le contraddizioni in una maniera nuova e imprevista e cosi ci rivela un modo diverso di guardare e di  pensare. Ed ecco nascere appunto il progetto di The Peak. Tutto è qui come se fosse governato da una unica legge formativa. Ambiente e architettura stanno insieme, si conformano insieme, sono cospiranti: non c’è più la differenza tra figura e sfondo. Ma il tutto non è pacificato in una visione neo romantica, è forte, guizzante, acuminato. L’architettura si dà essa stessa come paesaggio e diventa una sorta di infrastrutturazione del mondo.

Ora i grandissimi, e Hadid è tra questi, conformano il mondo con la loro storia e con il loro imprinting e lo fanno vivere e abitare agli altri. Hadid crea il suo paesaggio, crea la sua affermazione del mondo come dovrebbe essere. Dopo vent’anni di ricerca grafica, Hadid trasforma questa idea nelle sue prime architetture e poi in costruzioni. Lo fa con una serie di salti prodigiosi, in cui la forza degli sviluppi tecnologici – penso che il suo famoso parametricismo si adatti bene alle continue mutazioni del paesaggio desertico – diventa la chiave. Hadid lo dona il suo paesaggio, ce lo regala il suo imprinting e noi lo capiamo, lo progettiamo, lo amiamo o forse anche lo odiamo: non importa.

La storia dell’architettura ha ora il paesaggio di Zaha.